Mazzarella Press Office

EMP 1

Nuclear Blast 1

Nuclear Blast 4

Ombre Metalliche

Rossometile

Ruxt

martedì 23 gennaio 2018

SOUL SECRET - Babel

Pride & Joy
I napoletani Soul Secret sono una prog metal che con questo Babel del 2017 approda al traguardo del quarto album. Come il precedente, anche questo nuovo lavoro si presenta sotto forma di concept album. Il tema del concept e' la ricerca di Dio attraverso un viaggio nello spazio, quindi l'atmosfera che si respira e' mistico-fantascientifica. La musica dei Soul Secret e' alquanto complessa, raffinata e ricercata nelle soluzioni musicali. L'album viene aperto da un Prologue acustico parlato che riconduce all'indimenticabile The Great Gig In The Sky pinkfloydiana. What We're All About dopo alcune note acustiche derivanti dal brano precedente introduce riff nervosi e spezzati in un crescendo coinvolgente. Il cantato etereo rende ancora piu' variegata l'atmosfera. A Shadow On The Surface si muove in una dimensione sospesa arricchita da alcuni stacchi molto ricercati. 

Un bel riff potente introduce Will They? che poi si snoda su atmosfere piu' ad ampio respiro. Dimensioni pinkfloydiane anche nei due minuti di.Logos. Gli ultimi cinque brani del disco sono tutti abbastanza lunghi e articolati. Awakened By The Light inizia melodica per poi articolarsi in svariate direzioni. Gli undici minuti di Entering The City Of Gods rappresentano uno dei punti piu' alti dell'intero disco. The Cuckoo's Nest si apre in modo inquietante per poi esplodere in un riff drammatico. Intro melodica per Newton's Law che poi assume un andamento piu' ritmato. La chiusura e' affidata ai quattordici minuti di In The Hardest Of Times. Ancora inizio acustico e melodico per poi spandersi in diverse soluzioni. Ottimo il lavoro di tutta la band, formata da Antonio Vittozzi alla chitarra, Luca Di Gennaro alle tastiere, Lino Di Pierantonio alla voce, Claudio Casaburi al basso e Antonio Mocerino alla batteria. Un buon disco di prog.metal, forse non troppo originale nella concezione ma senza dubbio ispirato e ben suonato. 

Voto: 7/10 

Silvio Ricci

TROLL - Troll

Shadow Kingdom
A differenza di quello che si potrebbe pensare i Troll sono band americana dedita a del doom di matrice sabbathiana, a cui tributano più di un rimando nelle loro tracce presentate in questo lavoro omonimo. MA facciamo un minimo di storia della band, principalmente per chi non ne ha conoscenza. La band ha il proprio primo vagito nel 2015 con un demo in autoproduzione in audiocassetta ed è subito sold out, poco dopo ricevono le attenzioni della Shadow Kingdom records per la quale faranno uscire questo lavoro di cinque tracce il 18 marzo prossimo. Il lavoro che possiamo dire essere un EP, ad alta qualità e professionalità, di poco più di trentaquattro minuti ci porterà in lande lisergiche e con oscure presenze sonore. La composizione dei brani è ben curata ed ha al suo interno tutti gli stilemi classici del doom anni 70 e di un certo hard rock di quello stesso periodo innestando in modo massiccio e massivo nelle tipiche “corde” dei primi Black sabbath. Questo è percepibile in modo assolutamente indiscutibile già dalle prime note della prima traccia “The Summoning” che ricorda la famosa “Black Sabbath” nelle parti iniziali, ma che vi sia chiaro il tutto non è riconducibile ad un mero “copia e incolla” ma ben sì di un tributo fatto alla band germinale per hard rock ed heavy metal .

La particolarità della band è che si approccia alla post produzione ed agli arrangiamenti con un personalissimo gusto che esula dal ripetere ciò che vi è già in commercio dando quindi una, se pur minima, rielaborazione del concetto di doom vecchia scuola e di una certa sperimentazione tipica degli anni ’70 del secolo scorso con il loro personale gusto. Emozionalmente dire che oltre alla traccia di apertura già citata abbiamo anche “Infinite death” e “An Eternal Haunting” che danno un certo feeling già al primo ascolto. MA va sottolineato che di fatto anche le due tracce “escluse” ovvero “The Witch” e “Savage thunder” danno la loro manata all’ascoltatore La band non lesina minimamente in minutaggio dei brani ed escludendo “Infinite death” che dura “poco meno” di cinque minuti le altre si attestano oltre i sei minuti abbondanti di puro spirito doom psichedelico d’altri tempi. Concludendo la prima prova della band di Portland è molto interessante, attendiamo di sentirli prossimamente con del materiale di nuova composizione e magari “sul lungo periodo” di un LP intero. 

Voto: 7/10 

A.S.

End of Days: SLAYER annunciano il tour d'addio!

sabato 20 gennaio 2018

ANVIL - Pounding The Pavement

Steamhammer
Diciassettesimo album dell'epopea metallica Anvil. La band del chitarrista/cantante Steve "Lips" Kudlow e del batterista Robb Reiner, da qualche anno stabilizzatasi nella line-up con il bassista Chris Robertson, dopo aver calcato i palchi di mezzo mondo senza nessun serio stop alla loro carriera, confermano così il loro status di Cult Band del più uncompromising ed ancestrale Sano e Puro Metallo Pesante, sfornando un disco che richiama prepotentemente l'attenzione con tutti gli elementi che da sempre caratterizzano le sonorità del gruppo: nessuna innovazione particolare, potenza allo stato brado e un impatto d'insieme come solo i maestri del genere sanno fare. Non per nulla, LORO sono tra i maestri del genere. La produzione, effettuata da Jörg Uken nel suo Soundlodge Studio in Germania, è verace e potente quanto pulita e ben calibrata, ma l'impatto delle chitarre è al cardiopalma. E l'attacco con il possente riff di "Bitch In The Box" a cui segue la più sostenuta "Ego" fa comprendere al volo di che pasta sono fatti ancora oggi i nostri. Fanno capolino anche delle puntate verso l'Hard più classico, come "Doing What I Want" e "Smash Your Face" ma la potenza sonora rimane incontaminata. La title-track è uno strumentale, tipica cavalcata metallica piuttosto stereotipata... stereotipi che è sempre bello riascoltare.

Con "Rock That Shit" e il suo attacco di batteria fulminante in doppia cassa, e anche con la seguente "Let It Go", ci troviamo ancora in territorio Hard, estremamente rockeggiante, quasi nello stile dei Motorhead meno veloci. Due buone rock song e nient'altro, forse anch'esse leggermente stereotipate, ma tuttosommato coinvolgenti. "Nanook Of The North" è una metal song su mid-tempo scandito da una ritmica di chitarra da spavento, e con un'atmosfera quasi tribale (il testo narra la storia degli Inuit nativi canadesi). Invece in "Black Smoke" si torna a plasmare il metallo più rovente, veloce ed aggressivo che ci sia, con grande gioia del sottoscritto. La pesante e cadenzata "World Of Tomorrow" ha un riff che richiama eccessivamente "Sweet Leaf" dei Black Sabbath, mah... non so che dire. "Warming Up" invece è bella pompata ed energica nel suo ritmo "swingato" e contiene anche delle parti di chitarra solista particolarmente riuscite. Si conclude con la bonus finale "Don't Tell Me", bel classico metallo cadenzato ma non meno energico. OK agli Anvil, allora. Forse non usciranno mai dallo status di Cult Band che si sono costruiti nei decenni scorsi, ma una cosa è certa: metallari prestate rispetto a questa band in nome della loro storicità, e soprattutto del fatto che sarebbe meglio vederli scorrazzare in tour (quello europeo parte dal primo di febbraio in Olanda e si conclude con le date tedesche del 4, 5, e 6 aprile) a dimostrare ai ragazzini di oggi cosa sia il Metal Quello Vero, anziché no. 

Voto: 7/10 

Alessio Secondini Morelli

MAGNUM - Lost On The Road To Eternity

Steamhammer
Tornano i Magnum, leggende dell'Hard Melodico britannico. E tornano festeggiando alla grande la loro ventesima uscita discografica. La band, le cui sorti sono da sempre rette dai capi storici e principali songwriters Bob Catley (vocals) e Tony Clarkin (guitars), possiede oggi una line-up di tutto rispetto. Composta dal bassista Al Barrow (presente dal 2001) nonché dagli ultimissimi due acquisti Lee Morris (drums) e, soprattuto, il nuovo tastierista Rick Benton. Il quale in questa ventesima fatica full-length intitolata "Lost On The Road To Eternity" sembra fare la parte del leone in fase di arrangiamenti, presentando ricche e variegate keyboard parts, le quali sono da sempre l'asso nella manica, assieme alla chitarra di Clarkin, nell'economia sonora dei Magnum, ma qui, almeno come pare a me, particolarmente. Difatti, un'occhiata veloce all'ottimo artwork ci fa immediatamente capire che i Magnum ci conducono in una dimensione artistica alquanto fiabesca. E questo, in un contesto Hard melodico, mi piace da matti. Ebbene, il disco si presenta alquanto bene, e nonostante l'età (di Catley e Clarkin), i nostri dimostrano assieme di avere ancora un discreto mestiere. Il sound dei Magnum è sempre quello, potente Hard Rock in equilibrio con melodie ed armonie poppeggianti ma di gran classe.

Nella tracklist troviamo diverse tracce da annoverare tra i classici della band. Tra tutte figura di certo la title-track, con la sua intro pomposa ed estremamente raffinata di piano ed orchestrazioni da colonna sonora di colossal, niente male davvero come prova per il bravo Rick Benton. La traccia in questione si contende la palma di brano più epico del disco con la finale "King Of The World". Mentre altrove troviamo la buona "Forbidden Masquerade", con tutte le sue varianti "drammatiche", il suo ritmo boogie ed il suo bellissimo accompagnamento di pianoforte similare allo stile dei Toto. Oppure la elaboratissima "Welcome To The Cosmic Cabaret" che alterna roccioso rock con momenti intimistici, pur sconfinando nella prolissità dei suoi oltre 8 minuti. La ballad di rigore s'intitola "Storm Baby" e presenta ottimo refrain e grande feeling. Bravi davvero. "Without Love" ricorda sempre parallelismi con i migliori Toto, soprattutto nel ritmo e nel refrain. Mentre per un Hard melodico energico e senza fronzoli, niente di meglio dell'attacco con l'iniziale "Peaches And Chain". Insomma, nonostante la prolissità di alcuni passaggi, i nostri dimostrano di essere sempre i Magnum, e di saper confezionare gran belle canzoni secondo la loro più pura tradizione. E secondo il loro miglior metodo di composizione, illustrato bene da Clarkin: "le idee sono scaturite fuori durante l'ultimo tour, ma anziché intervenirci subito, le ho lasciate maturare in modo naturale. E al momento di incidere l'album mi accorgo che sono ottime. Oltre a questo, il processo è sempre lo stesso: le idee vengono presentate su una chitarra o su una tastiera, e da qual momento faccio tutto il mio dannato meglio per partorire la miglior Magnum-song di tutti i tempi". Tanto di cappello al metodo "artigianale" che da sempre viene adoperato. E che dovrebbe far scuola. Dato che il risultato, in ogni epoca e condizione, è sempre felice ed ispirato. Ricordo che la special edition del CD contiene anche un dischetto bonus contenente 4 brani live. Buon ascolto a tutti. 

Voto: 8/10 

Alessio Secondini Morelli

GODFLESH - Post Self

Avalanche
Fin dalla loro nascita, in quel di Birmingham, nel 1988, i Godflesh sono da molte persone viste come dei precursori di quello che negli anni successivi al loro debutto, sarebbe stato chiamato il così detto Industrial, poi diramatosi nei vari sotto generi rock e metal industrial. Al giorno d’oggi la proposta del combo inglese non cambia poi così tanto, li ritroviamo con un nuovo lavoro dal titolo Post Self, che non fa altro che riconfermare la band ai vertici dei generi sopra citati. Non saranno probabilmente di facile ascolto, come sempre, i nuovi brani, ma chi conosce i Godflesh, sa bene a cosa andrà incontro immergendosi nell’ascolto di questa visionaria band. Zero spazio alla melodia fine a se stessa, canzoni lente, ossessive e in un certo senso opprimenti, queste le principali sensazioni che scaturiscono durante lo scorrere dei minuti. 

Qualche puntatina sul groove non manca comunque, come su, Parasite dove, confluiscono un po’ tutte le influenze malsane del gruppo, qui spostatosi verso una sorta di death, ma con sempre ben in vista l’industrial che di fondo, senza essere ripetitivi, sta alla base del loro suono. Stessa identica cosa si potrebbe dire della seguente No Body. Per chi ovviamente è abituato a certe sonorità ,qui troverà pane per i propri denti, un disco assolutamente allucinante per certi versi, avanguardistico oseremmo anche definire. In pratica i Godflesh sono tornati per riprendersi e mantenere nel tempo quel loro status tetro, glaciale e malsano che hanno contribuito a forgiare in un ambiente fin troppo inflazionato. Liberate la mente da ogni tipo di preconcetto se volete passare all’ascolto di Post Self, forse vi regalerà un pizzico di Inferno sonoro.

Voto: 7/10

Sandro Lo Castro

SERENADE - Onirica

Revalve
L’interessante combo italico che prende il nome di Serenade, si forma nel 2009 e solo tre anni dopo avviene il debutto discografico con l’ottimo Wandering Through Sorrow, per la sempre attenta e geniale Revalve Records. E sempre per la stessa etichetta nostrana pubblicano adesso il secondo lavoro: Onirica. Questi ragazzi continuano a fare un ottimo lavoro quando si tratta di registrare brani ricchi di potenza e melodia. Il genere da loro proposto è un heavy metal che facilmente sconfina nel lato più sinfonico del genere, grazie anche alla splendida voce della cantante Claudia, un vero portento. Tra l’altro dobbiamo anche segnalare che lei ha prestato le sue vocals su Memories Of Ancient Time, grande disco degli Hollow Haze, in cui vi erano anche Amanda Sommerville e altri grandi della scena europea.

La riuscita di brani come When Darkness Will Fall, Oceanus oppure la suadente e calda Lullaby, ovviamente è da attribuire a tutti i componenti della band, che dotati di grande maestria dietro i propri strumenti, hanno realizzato un qualcosa di veramente buono, che farà la felicità di tutti, compresi gli addetti ai lavori. Album di cui andare veramente fieri, senza alcun calo di tono, con dei momenti brillanti e riflessivi, senza dimenticare che provengono sempre da una scena metal, quindi di base loro inseriscono una certa violenza nelle loro sonorità dal tocco velato. Una menzione a parte la dobbiamo alla stupenda Stormborn, una ballad suonata solamente con pianoforte e voce, da sola varrebbe l’acquisto dell’album. In parte questo brano ricorda sul lato musicale Someone Else dei Queensryche, dall’album Promised Land. Poche le cose rimaste da scrivere, se non quello di dare una possibilità a questa band, che sa donare emozioni veramente particolari, intime e alquanto realistiche. Adesso non rimane che andarli a vedere anche dal vivo, sicuramente sapranno metter su palco ciò che hanno realizzato in studio di registrazione. 

Voto: 9/10

Sandro Lo Castro

BLUT - Intervista al vocalist Alessandro Schümperlin


Siete appena usciti sul mercato discografico con un nuovo album in studio, potete presentarlo ai nostri lettori?

A: Si chiama “Inside my mind part II” ed è la seconda parte, ovviamente, del concept iniziato con il lavoro del 2015 “Inside my mind part I”. Il concept che ruota attorno a questi due album è legata al nostro studio di alcune delle malattie mentali meno conosciute e talvolta particolarmente devastanti. A tutto questo abbiamo aggiunto alcune figure importanti legate alle malattie mentali e alle “valutazioni” ad esse collegate, qauli Lombroso Freud e Jung. 


Come è nata la vostra band e quali sono le vostre origini?

A: Il progetto Blut nasce il giorno dopo lo scioglimento degli Anthologies, band di cui ero il cantante e co fondatore, quindi a giugno 2014. Nel concreto si è trasformato da solo project a studio project fino a diventare band effettiva a fine 2016, con l’avvio delle date live di febbraio 2017. Devo dire che se non fosse stato per alcuni soggetti quali: Marika, Fabio e Valentina dubito che si sarebbe andati più in la dello studio project. 

Come è nato invece il nome della band?

A: Blut, e va letto come è scritto, è il termine tedesco per “sangue” ed essendo io per metà svizzero tedesco ho voluto usare questo termine con la frase “Blut lügt nicht” ovvero l’equivalente del italianissimo “Buon sangue non mente”. 

Ci sono delle tematiche particolari che trattate nei vostri testi o vi ispirate alla quotidianità in genere? Che peso hanno di conseguenza i testi nella vostra musica?

A: Nei nostri attuali album si è parlato di malattie mentali “inconsuete”, nel prossimo lavoro chi sa… Diciamo più concretamente che volendo dare un’impronta leggermente differente dal “comune” abbracciando parzialmente la filosofia Steampunk; abbiamo deciso di lavorare di metafore, di meccanismi non direttamente collegabili al quotidiano, ma che di certo possono assolutamente esser “cuciti” sul odierno. Per quanto ci riguarda per ora il peso delle parole è paritario al peso delle note, quindi 50% musica 50% parole 


Quali sono gli elementi della vostra musica che possono incuriosire un vostro potenziale ascoltatore e quali sono quindi le qualità principali del vostro nuovo album?

A: Abbiamo deciso di infondere “infezioni” nel sound tipico gothic metal di fine anni ’90, quindi con voce maschile roca e cavernosa frammista a growls, con rimandi dark fin’anche quasi EBM, reminiscenze industrial e dissonanze di effetti sonori e loop quasi elettronici a cui si inserisce, come una pietra preziosa, la voce di Marika

Come nasce un vostro pezzo?

A: la cosa non è semplice da spiegare… i primi due lavori sono stati composti principalmente da me con l’aiuto di Giulio Capone (ex Temperance, Ex Bejelit), sono stati registrati ed in seguito si è cercato di trovare i musicisti per portare live il materiale. Ora abbiamo in cantiere un terzo album ed ho messo in piedi alcune idee, ma avendo ora una line up stabile ed effettiva non c’è più il “mio esclusivo pensiero” e quindi stiamo lavorando tutti insieme per la riuscita unica delle nuove canzoni. Per cui non saprei come definire il processo produttivo se non con “in continuo mutamento”


Quale è il brano di questo nuovo disco al quale vi sentite particolarmente legati sia da un punto di vista tecnico che emozionale?

A: “My naked soul” a livello emozionale, perché è una canzone intima e che mi tocca direttamente. Per un ragionamento invece di combinazione tra tecnico ed empatico direi sia “Ekbom” che “Double trouble”

Quali band hanno influenzato maggiormente il vostro sound?

A: La lista è particolarmente lunga, ma vogliamo riassumerla così i primi due album sono stati ispiranti: TiamaT, Moonspell, Mono Inc., Rammsetein, Ommphh!, Sopor aeternus, Type O Negative, Pain, Suicide Commando, Lacrimosa, Blutengel, Ministry e Paradise Lost” Ma va detto che ognuno di noi ha il proprio bagaglio musicale che di certo vedrà sfogo e sfoggio nel prossimo futuro.

Quali sono le vostre mosse future? Potete anticiparci qualcosa? Come pensate di promuovere il vostro ultimo album, ci sarà un tour con delle date live?

A: Stiamo lavorando, come ho detto prima, ad un terzo album, ma siamo ancora alle prime battute, vedremo se il tempo e le idee saranno tali da permetterci di farlo uscire in questo 2018 oppure no. Attualmente siamo nel pieno della seconda sessione di date live, abbiamo fatto una data il 12 gennaio scorso alle officine sonore di Vercelli con i Malenko, il 20 gennaio data coi Brutal Cancan ed i Deathles legacy, quindi una data il 17 febbraio con gli Aevum in comunità giovanile a Busto Arsizio ed il 10 Marzo si andrà in Svizzera Tedesca, ad Amriswil, a promuovere “a casa mia” il cd. Poi stiamo attendendo una serie di conferme  


E’ in programma l’uscita di un album dal vivo o magari di un DVD?

A: Ora ci pare prematuro, ma non lo escludiamo a priori anche perché il nostro spettacolo esula dal “live” convenzionale.

Come giudicate la scena musicale italiana e quali problematiche riscontrate come band?

A: La scena musicale Italiana è particolare, o strana, vi sono sempre meno realtà in cui suonare ed è sempre più complicato organizzare una data. Per fortuna noi abbiamo avuto poche di queste situazioni ma sappiamo che la cosa è “dietro” l’angolo e non è chiaro da cosa ne scaturisca questa problematica. Per il resto direi che non abbiamo mai avuto, dalla nostra nascita, problematiche con altre band quindi di per se la questione è trovare gli spazi per suonare.

Internet vi ha danneggiato o vi ha dato una mano come band?

A: tutte e due le cose. Spiego meglio, quando abbiamo fatto uscire il primo album siamo andati in autoproduzione per il cd fisico e tramite un aggregatore per il digitale, purtroppo non era ancora uscito su tutti i digital store, e non era ancora pronto il cd fisico causa problemi derivanti da SIAE(che strano…), che abbiamo scoperto 8 torrent differenti, tutti provenienti dell’est europeo con tutto l’album scaricabile ad alta qualità. Certo in tanti avranno potenzialmente scaricato il nostro primo lavoro, ma di fatto abbiamo perso un sacco di acquisti concreti. Ora con Sliptrick records e con AUSR Secret sound records la cosa si è modificata in meglio e in molti casi la rete ci ha permesso di farci sentire al di là dell’oceano. 


Il genere che suonate quanto valorizza il vostro talento di musicisti?

C’è un musicista con il quale vorreste collaborare un giorno?

A: Personalmente Peter Tagtren, Johan Endlung, Till Lindemann, Richiard Kurpse, Tilo Wolf, Martin Engler e Josh Silver 

Siamo arrivati alla conclusione. Vi va di lasciare un messaggio ai nostri lettori?

A: Grazie a GiornaleMetal.it per il tempo dedicatoci, grazie a tutti voi cari lettori e veniteci a vedere live 

Maurizio Mazzarella

CATS IN SPACE - Scarecrow

Cargo
A due anni di distanza dalla sua prima apparizione sul pianeta terra,torna la navicella dei “Gatti spaziali” sapientemente capitanata dal comandante Greg Hart.Il poliedrico chitarrista, produttore…e pittore inglese ex Asia riconferma l’equipaggio presente nel disco d’esordio Too Many gods, formato da una selezione di brillanti musicisti del sottobosco inglese con importanti crediti in Sweet, Ian Gillan e 10cc.Il brano di apertura "Jupiter Calling" inizia con un intro di keys da brividi che subito mette in chiaro le cose: i gatti sono tornati per deliziare le ns orecchie assetate di buona Musica, con la M maiuscola! Il classico tappeto di tastiere sulle quali si erge la voce pulita di Paul Manzi ed un refrain irresistibile sono il biglietto da visita che apre questo "Scarecrow", che prosegue con brani tutti di altissimo livello. Non è mia intenzione peraltro fare un "track by track" della release in quanto sarebbe riduttiva rispetto all'insieme che è il vero punto di forza del lavoro.

I Cats In Space sono un'ensemble formata da musicisti formidabili, con illustri collaborazioni alle spalle, che hanno deciso per nostra somma gioia, di ricreare un suono vintage e moderno che ricorda i Queen piu' rock ("Broken Wings" dal finale in crescendo con una ruvida chitarra, solos formidabili e pathos a mille) o piu' kitsch ("Mad Hatter's Tea Party" ), gli Elo e ancora i Queen pìù pimpanti e sbarazzini ( "September Rain", "Felix And The Golden Sun"), che altrove sa creare songs dal groove irresistibile ("Clown In Your Nightmare") o rock anthems dal sapore settantiano alla Elton John di Pinball Wizard ( "Time Bomb"). Sempre più difficile scoprire qualcosa di innovativo ed originale nel panorama musicale odierno, dove anche in generi di nicchia sembra funzionare meglio il prodotto preconfezionato. D’altronde tutto è già stato scritto e suonato…non c’è più nulla da inventare.Tuttavia…non è affatto così per questi gatti londinesi arrivati da uno spazio temporale ben definito, smentiscono nuovamente con il loro solido background il discutibile teorema.Ci confermano anzi che una sapiente miscela di disparate influenze musicali,se rielaborata con talento e personalità, può stupire il più navigato ed esigente degli ascoltatori.Indi…vi posso garantire che questo Scarecrow è così un disco imperdibile per chi ha apprezzato il precedente lavoro ed una nuova chanceper chi ama il classico ma vuole esplorare qualcosa di diverso…ma ora si è fatto tardi…dal pianeta terra è tutto…passo e chiudo… 

Voto: 9/10 

Bob Preda

VANTERRANIA - Electronix

Autoprodotto
Vanterrania non è altro che Giovanni Brancati, ragusano del ’75, vissuto a Catania dove ha iniziato un lungo percorso musicale e artistico da chitarrista a partire dagli anni ’80. La sua cultura musicale si è costruita serata dopo serata nei concerti e nelle feste in cui si esibiva nel suo paese, qui ha sperimentato e qui è nato il suo amore per la musica. Il pallino fondamentale di questo musicista è la sperimentazione musicale che va da sonorità elettroniche a quelle alternative con una certa contaminazione indie. Ma non è tutto, il suo sperimentare si spinge ben oltre, presentando elementi punk, rock, ma soprattutto elettroniche, è questa la vera base del suo lavoro. Parliamo di “Electronix”, un album particolare e sperimentale che come si evince facilmente dal titolo stesso, si propone di fondere gli elementi rock con l’elettronica. Il suo è un progetto grandioso, cerca di imporsi via web e raccogliere consensi per dare importanza al genere. Questo disco potrebbe benissimo presentarsi come una colonna sonora cinematografica, tutto si basa sul giro di chitarre taglienti e aggressive con l’utilizzo di un’elettronica definita pesante o meglio “Old Style”, sicuramente più vicina a quella passata che a quella attuale.

Riprende uno stile diciamo più vecchio reinterpretandolo in chiave moderna, creando un chiaro contrasto musicale. Unisce i gusti dei rockettari con i sostenitori della parte elettronica, due universi diversi e opposti, qualcosa di insolito e ben riuscito. Man mano che scorriamo le tracce vediamo alternarsi atmosfere differenti a tratti asfissianti, a tratti cupe, tutte hanno in comune questa parte darkeggiante, mira a creare un marasma di emozioni che colpiscano e sconvolgano le vostre coscienze in un turbine musicale. La particolarità emerge ad ogni traccia, da notare l’oscura “Data Wave”, così come l’amabile uso della chitarra in “Electronix 09”. “Field” sembra cambiare volto ma resta attenta nella sperimentazione, batte nel profondo, mentre i rumori di “H2o” catturano e rendono irrequieto l’ascoltatore. Le tracce più belle restano “High Voltage” e “On”, le più intense profonde e coinvolgenti, senza parte cantata fare tutto questo è davvero qualcosa di incredibile. Segnaliamo anche “Mega” con un senso di ansietà crescente oscura e potente. Dopo l’ascolto di questo lavoro non vi sentirete più nello stesso modo, l’uso dei suoni è studiato per creare nell’intimo una sorta di rivoluzione. Per questo musicista, cui nome sembra tanto legato al sud e alla terra d’origine, ogni suono o rumore è lecito per fare musica. Chi ascolta quest’album ha una gran voglia di ampliare i propri orizzonti e arricchire la propria cultura musicale esplorando un nuovo mondo, fantastico. Potreste innamorarvi di un “nuovo” genere musicale, attenzione!  

Voto: 8/10 

Angelica Grippa