Mazzarella Press Office

EMP 1

sabato 21 ottobre 2017

SAMAEL - Hegemony

Napalm
La storia dei Samael, band di origine svizzera, comincia un bel po’ di anni fa. Trenta anni son passati per l’esattezza da quando fecero la loro comparsa sulla scena estrema internazionale. Hanno vissuto queste tre decadi all’insegna dell’estremismo sonoro in modo del tutto personale. Agli inizi si presentarono come una black metal band, con un sound crudo, mai esasperato ma oscuro e maligno. Confezionarono delle perle nere di musica dannata quali: Worship Him, Blood Ritual, Ceremony Of Opposites e il grande Passage. Quattro album che hanno lasciato il segno, facendo si che diventassero dei veri e propri culti. Con l’avvento del nuovo millennio comincia il cambiamento in parte della proposta, inserendo sempre più elementi industrial ed elementi elettronici, campionamenti ecc. ,dando per altro risultati davvero pregevoli, facendo si che in parte si facessero avanti i soliti detrattori con le mani davanti gli occhi e orecchie.

Hanno continuato a fare ciò che più gli piace, ovvero suonare la musica che gli esce dall’animo e dalla loro malata mente, sempre e comunque. Doverosa introduzione per parlare della loro nuova fatica discografica a cui hanno dato il titolo di Hegemony. Questo lavoro potrebbe benissimo rappresentare tutta la storia dei Samael, dalle sfuriate death/black degli inizi fino ad arrivare al punto di essere considerati, a torto per chi scrive, quasi una industrial band. Di fondo stendono sempre un tappeto di pregevole metal estremo, mentre a contorno ,marcato , vi è l’uso dei sintetizzatori, elettronica in generale che rende sempre moderno tutto il disco. Probabilmente non tutti accetteranno questa particolare mistura, ma bisogna dare comunque atto che sono riusciti a creare un sound riconoscibile subito a nome Samael. Tra l’altro i brani risultano anche epici oltre ad essere violenti. Forse ci vorranno più ascolti per assimilare il groove inserito in brani come ad esempio: Hegemony, Samael oppure This World tanto per citarne tre a caso. L’album va ascoltato tutto nella sua interezza. Qui trattasi di musica d’alta classe come da anni ci hanno ormai abituato i nostri cari svizzeri. Togliete i paraocchi e aprite la mente, viaggerete in un particolare mondo, quello dei Samael. 

Voto: 8,5/10

Sandro Lo Castro

POWER QUEST - Sixth Dimension

Inner Wound
Dopo i Force Majeure, un altro bel disco che partendo dal Power Metal più melodico va a sconfinare nel Pomp Rock. Personalmente credo sia sempre gradita, discograficamente, una presenza di questo stampo. Steve Williams, tastierista inglese proveniente dai connazionali DragonHeart, formò i Power Quest 16 anni orsono. Pur essendo molto attivi discograficamente, dato che questo è il loro sesto album, i nostri hanno subito negli anni la continua spada di Damocle di una continua instabilità di line-up, compensando però con una situazione "internazionalizzata", reclutando via via musicisti da differenti paesi europei. Tra gli altri, sono passati per la formazione anglosassone anche i nostri Alessio Garavello (voce) e Andrea Martongelli (chitarra), provenienti entrambi da una delle migliori realtà power metal del suolo italico: gli Arthemis. Riguardo il presente "Sixth Dimension", i nostri, con formazione rinnovata (sono presenti i chitarristi Glyn Williams e Andrew Kopczyk, il bassista Paul Finnie, il batterista Rich Smith e il nuovissimo singer Ashley Edison) ci mostrano subito di che pasta sono fatti. Fin dall'iniziale "Lords Of Tomorrow" (caratterizzata dal testo particolarmente ottimista e grintoso, molto in linea col Power Metal più "manieristico") ci viene mostrato chi la fa da padrone.

Steve Williams e le sue keyboards roventi eseguono ottimi tappeti sintetizzati dal sapore sinfonico/virtuosistico e ricco di barocchismi, come nella rocciosa "Kings And Glory", nella più oscura "Face The Raven" e nella bellissima "Pray for The Day", che assieme alla lunga e complessa title-track sono le due tracce più "Pomp" in assoluto di tutto l'album; oltre a ciò, troviamo i consueti assoli "shredding-synth" (alla maniera del mitico Jens Johansson, tanto per capirci), laddove il bravo Steve non disdegna di duettare con gli assoli "shredding-altrettanto" delle chitarre, in una rincorsa al virtuosismo tutto sommato piacevole ma mai fine a se stessa, che trova la sua massima espressione sulla parte centrale della complessa "Coming Home". Ed ecco la particolarità dei nostri. Dimostrare che le tastiere sono uno strumento musicale di importanza "religiosa" per il Power Metal. Ciò dipende sempre dalla maniera di utilizzarle, ed un fuoriclasse come Steve Williams sa bene il fatto suo senza mai strafare o essere ingombrante a discapito degli altri strumenti. La sua presenza non significa difatti mettere in ombra gli altri musicisti, anzi debbo dire che la forza d'insieme dell'elemento musicale si regge su una media tra il buono e l'ottimo. Edison non fa rimpiangere il nostro Alessio Garavello dimostrando carattere, qualità d'interpretazione e doti vocali sopra la media, ottimo il lavoro dei due chitarristi, sezione ritmica precisa e potente, ottima produzione, uso diffuso di tonalità maggiori e cori anthemici, liriche epiche che più epiche non si può. Di sicuro, per l'indubbia qualità dell'opera, non mi sento di dare alla band meno di un bell'8 su 10, facendo tanti auguri ai nuovi Power Quest per il futuro della loro carriera. Class on!!! 

Voto: 8/10 

Alessio Secondini Morelli

MOTHER NATURE - Intervista alla Band


Siete appena usciti sul mercato discografico con un nuovo album in studio, potete presentarlo ai nostri lettori?

“Double Deal” è la voglia di ricominciare a suonare la musica dei mothers, dopo anni di “silenzio” avevamo nel (famoso) cassetto tante idee, riff, melodie che non potevano rimanere li... abbiamo iniziato ad arrangiare 5 / 6 pezzi e dopo averli registrati c’è stata la proposta della nostra attuale etichetta discografica (la Andromeda Relix) che ci ha ri-portati in studio a completare il lavoro 


Come è nata la vostra band e quali sono le vostre origini?

I mothers nascono come tante band dalla voglia di quattro ragazzini di suonare e divertirsi insieme, nella tipica cantina... era il 1993 ed oggi, dopo 24 anni siamo sempre i “soliti” quattro, sempre amici ed un po meno ragazzini 

Come è nato invece il nome della band?

Ovviamente dalla canzone dei beatles “Mother Nature’ son” e devo dire che è stato il primo nome che è stato proposto... Anzi in realtà ricordo (parla Wlady, il cantante) che non avevamo ancora un nome e, presentando la “scaletta” della prima serata scrissi il nome della band (che ancora nessuno conosceva) in cima al foglio... fortunatamente piacque a tutti!

Ci sono delle tematiche particolari che trattate nei vostri testi o vi ispirate alla quotidianità in genere? Che peso hanno di conseguenza i testi nella vostra musica?

I testi variano, possono essere esperienze personali o ispirati alla quotidianità della vita che viviamo... le tematiche tipiche del RnR però ci sono tutte (ma proprio tutte) 


Quali sono gli elementi della vostra musica che possono incuriosire un vostro potenziale ascoltatore e quali sono quindi le qualità principali del vostro nuovo album?

Facciamo un tipo di musica in cui non è facile “creare” qualcosa di nuovo e siamo consapevoli di questo... ma è quello che (spero) sappiamo fare, sicuramente ad un approccio più viscerale e rock dei riff e delle ritmiche, c’è il contraltare della melodicità delle vocals, piene di cori e doppie voci... l’ unione tra questi due elementi è un po il nostro marchio di fabbrica...

Come nasce un vostro pezzo?

Quando abbiamo iniziato a scrivere insieme vivevamo tutti nella stessa città (Taranto), quindi era semplice sedersi gomito a gomito, far partire un riff, creare una melodia e lavorarci in sala... oggi è piu “complicato”, il sistema è lo stesso solo che i chilometri che ci separano sono tanti, siamo però fortunati perchè i nuovi metodi di comunicazione ci vengono incontro... naturalmente vale ancora l’ ultima parte della scrittura, cioè quello di vederci da qualche parte nella penisola e lavorare insieme sugli arrangiamenti 


Quale è il brano di questo nuovo disco al quale vi sentite particolarmente legati sia da un punto di vista tecnico che emozionale?

Penso che l’ opener di DD, cioè Spit my soul, abbia l’ equilibrio perfetto tra i muscoli hard anni 70 e cori e doppie voci, quindi nessun dubbio a riguardo (Ma anche Pearl... e Haze... e...)

Quali band hanno influenzato maggiormente il vostro sound?

Ti facciamo una bella lista! Led zeppelin, Beatles, Extreme, Queen, Mr Big, Free, Enuff z nuff, Whitesnake, Harem Scarem. Basta? 

Quali sono le vostre mosse future? Potete anticiparci qualcosa? Come pensate di promuovere il vostro ultimo album, ci sarà un tour con delle date live? 

Stiamo organizzando delle date su Roma e Bologna, quest’estate abbiamo presentato il cd facendo una bellissima serata ma parecchie persone non sono riuscite ad entrare e ci stanno chiedendo insistentemente un nuovo live in zona, cosi a dicembre abbiamo già fissato una data a Taranto, in un locale storico della provincia in cui si sono esibiti già Steve Vai, Paul Gilbert e tantissime altre band affermate... 


E’ in programma l’uscita di un album dal vivo o magari di un DVD?

Un album dal vivo? Magari!In realtà siamo pianificando un videoclip, il work in progress è già avanzato e a breve inizieranno le riprese

Come giudicate la scena musicale italiana e quali problematiche riscontrate come band?

Le problematiche sono associate al tipo di musica che suoniamo, l’ hard blues non è proprio un genere “italiano” e non si sente certo spesso per radio o in tv, a questo aggiungi il fatto che non ci sono tantissimi locali in grado di ospitare un repertorio di inediti (e di questo genere), ma noi lottiamo e lotteremo ancora per molto. La scena italiana è piena di band che fanno ottimo hard (rimaniamo nel nostro genere sennò il discorso sarebbe tropo lungo e complicato), ma come noi anche loro hanno problemi a farsi ascoltare... ma che vuoi farci?Questo abbiamo deciso di suonare e dobbiamo portare avanti la nostra musica col solito entusiasmo e determinazione.

Internet vi ha danneggiato o vi ha dato una mano come band?

Direi che ci ha dato decisamente una mano... come al solito è un arma a doppio taglio e la sovraesposizione di band potrebbe danneggiare determinate situazioni, ma in linea di massima ora è molto più semplice raggiungere le persone che già ti conoscono ma che magari avevano perso le tue tracce o guadagnare nuovi fan nel giro di pochi minuti... 


Il genere che suonate quanto valorizza il vostro talento di musicisti?

We are a team!I Mothers funzionano come una vera e propria squadra... non suoniamo per dare sfoggio di tecnica o preparazione, ma per donare emozioni (come disse Jimmy Page!), detto questo sul nostro disco ci sono degli assoli mozzafiato niente male 

C’è un musicista con il quale vorreste collaborare un giorno?

Difficile rispondere, ce ne sarebbero cosi tanti... alcuni non ci sono più, gli altri tutti irraggiungibili... Personalmente mi catapulterei nel passato e collaborerei con un Brian May del 1974

Siamo arrivati alla conclusione. Vi va di lasciare un messaggio ai nostri lettori?

Vi salutiamo dicendovi dove poter acquistare “Double Deal”: sul sito andromedarelix.com, su quello di gtmusic.it o su Itunes. Se volete dare un ascolto siamo anche su Deezer, Spotify e su tutti gli store digitali, oltre che sul nostro sito mothernatureband.net Ciao a tutti e grazie! The Mothers!

Maurizio Mazzarella

HEXX - Wrath Of The Reaper

High Roller
La tedesca High Roller Records è una fucina per quanto riguarda il metal classico senza compromessi, qualcuno si lamenterà di immobilismo, ma i nostri hanno tirato fuori grandi perle dallo scrigno, gruppi solidi di fede metallica; come gli svedesi Ambush oppure questi americani Hexx. I nostri poi sono attivi fin dal 1983, quindi non sono nuovi di pacca, anzi, sono coerenti con la loro storia e già negli eighties avevano destato attenzioni e hanno partorito un gran bel disco di puro power/thrash metal. “Macabre procession of spectres” è un gran bel brano, un mid tempo roccioso, chitarre affilate come rasoi, una voce bella maschia che al momento opportuno tira fuori gli acuti e batteria varia e potente; i nostri hanno liriche a sfondo horror e un tiro potente e deciso. “Screaming sacrifice” inizia con degli stop n’ go ed è un up tempo bello deciso, chitarroni thrash metal in una struttura us metal di taglio classico e ritmiche sostenute, danno dinamicità e solos classici di alta scuola. “Slave in hell” inizia con rullate e chitarre dal taglio maideniano e difatti questa è una cavalcata che ricorda certi riff dei londinesi, ma però con più pesantezza dato il genere, linee vocali acute e graffianti danno il giusto pathos.

“Swimming the witch” inizia con chitarre corpose e dai riff scurissimi, un up tempo in pieno stile us metal, drammatico e dal taglio epico; grandi solos di chitarra taglienti e melodici. “Dark void of evil” inizia con un arpeggio di chitarra e un solos drammatico e tempi medi di batteria, chitarre dal taglio epicheggiante; un brano lento che ha due aspetti, una parte più arpeggiata e una più potente e tagliente con chitarre spesse. “Unraveled” è un brano ad alto tasso di heavy metal; un brano tirato, up tempo con chitarre dai riff heavy e doppia cassa, grande parte vocale e ottimi solos di chitarra. “Voices” è un mid tempo arcigno, malvagio, molto sulfureo, un brano ritmato e retto da chitarroni thrash e una voce potente e un chorus che prende. La titletrack è potentissima, un brano di puro power/thrash, batteria varia e potente, chitarre dai riff d’acciaio e voce potente e che si lancia in screaming acutissimi; sentitevi i solos che delizia per le orecchie, melodici ma anche drammatici. Grande ritorno per i nostri, un disco da avere, consigliato non solo agli amanti delle sonorità più classiche, ma soprattutto a quanti apprezzino la coerenza nel verbo dell’heavy metal. 

Voto: 8/10  

Matteo ”Thrasher80”Mapelli

FORCE MAJEURE - The Rise of Starlit Fires

Mighty Music
Classe. Classe e ancora classe. I finnici Force Majeure, band in attività da una ventina d'anni, sono al loro terzo full-length album. Le sonorità proposte sono indubbiamente di matrice melodic power metal, vale a dire, classicamente teutoniche. Ma in realtà, lungo tutto questo "The Rise of Starlit Fires", l'onnipresenza di basi tastieristiche "filo-drammatiche" lungo tutta l'ossatura dei brani, melodie vocali di sicuro impatto e fine virtuosismo, ci mettono difronte ad una realtà, a mio avviso di profonda ispirazione "Pomp Rock" (almeno una voltra in sede di recensione mi dovevo imbattere in un termine del genere, eh sì, non si scappa). In effetti, le composizioni cesellate da fine barocchismo, sempre sostenute però da ritmiche genuinamente potenti e metallose, e l'ugola virtuosa del bravo Marcus Lång (complimenti per l'estensione vocale), molto espressivo, e comunque mai tendente al falsetto "da castrato" che contraddistingue spesso altrove l'inflazione di questo tipo di cantato, fanno capire in che tipo di band ci siamo imbattuti.

Tre quarti d'ora di musica di grande abilità tecnico-compositiva, una produzione solida e vigorosa, otto brani solamente, della durata singola che va tra i 4 e i 6 minuti, che dimostrano quanto i nostri non gradiscano centellinare le loro preziose doti compositive in piccolissimi intermezzi/intro/outro annacquatori e dispersivi, un ottimo lavoro di chitarre, qualche preziosismo qua e là come le parti di violino ottimamente amalgamate nel brano "Church of Steam", nonché una piccola variazione sul tema che è "The Darkening", oscura, quasi sabbathiana e piena di velocizzazioni quasi blast-beat. Le canzoni che più si ricordano? Beh innanzitutto direi l'iniziale "Gemini Rising", la bestiale "Blessed By The Wolves" e "Church Of Steam", hanno i cori più anthemici che rimangono ben impressi nella memoria dell'ascoltatore. Ma più o meno tutto l'album è su livelli tra il buono e l'ottimo. Non sia mai che ci troviamo difronte a dei nuovi Royal Hunt? Consigliati. 

Voto: 8/10 

Alessio Secondini Morelli

THE DARKNESS - Pinewood Smile

Cooking Vinyl
Se è vero che non si dovrebbe mai giudicare un libro dalla copertina, l’ultimo album dei Darkness potrebbe essere una significativa eccezione. Il nuovo “Pinewood smile” con la sua bella mostra di una manciata di denti dalla rivedibile perfezione ortodontica lascia in effetti poco spazio alla fantasia. Eppure, nonostante la terribile cover, la recente fatica della band di Justin Hawkins, alla sua terza prova dopo la reunion post rehab, è pur sempre un disco della ditta Darkness, con tutti gli annessi e connessi del caso, incapace di schiodarsi di un millimetro dalla solita collaudata formula di rock senza vergogne. In tipicissimo stile The Darkness l’opener e singolo All the Pretty Girls: riff coinvolgente, testo scanzonato e falsetto a secchiate, il refrain anche se è difficile da dimenticare manca della vera e propria zampata del fuoriclasse, che invece arriva nella sferzante critica al cinismo del music business contenuta in Solid Gold una vera perla di hard rock con un riff alla Angus che trascina tutto e tutti, costringendovi ad un headbanging forsennato, fino al ritornello corale che non fa prigionieri.

La successiva Southern Trains colpisce con un lavoro di chitarra solido trascinato dal drumming incalzante, la linea vocale poteva essere migliore mentre il solo della sei corde esplode letteralmente nelle orecchie; purtroppo si passa poi alla ballatona ricca di melassa Why Don’t The Beautiful Cry? con una influenza funkeggiante poco convincente, ma in cui a splendere è l’ottimo solo di chitarra. Japanese Prisoner Of Love ha tutti gli ingredienti di una grande canzone dei The Darkness un riff modernissimo quasi alla Alter Bridge a cui si mescolano intermezzi operistici alla Queen in un turbine apparentemente insensato, che alla fine trova un suo perché; i ragazzi continuano positivamente con Lay Down With Me, Barbara leggera e sbarazzina, ma ricca di atmosfera e di influenze che la rendono di grande impatto. L’overdose di falsetti di I Wish I Was In Heaven e la solare Happiness non graffiano, accomunate da un arrangiamento troppo da pop song a stelle e strisce; finale a tinte southern nell’opener diStampede of Love che prende fuoco con un refrain corale e una strana sfuriata punkeggiante in chiusura. Scritto a Putney, registrato in Cornovaglia e prodottto da Adrian Bushby (Grammy-Award winning producer, già al lavoro con Foo Fighters e Muse) “Pinewood Smile” alla fine dei suoi 40 e scarsi minuti non è altro che frivolo, superfluo, irrilevante nella storia della musica, disimpegnato e tutti i difetti di questo mondo che possiamo e potrete certamente trovare. Ma è proprio per questo che questo disco vi piacerà. 

Voto: 7/10 

Bob Preda

PANZER - Fatal Command

Nuclear Blast
Ed ecco un'altra ottima band che perpetua la grande tradizione del metal teutonico. I Pänzer non si fanno pregare in quanto a potenza sonora. Se si pensa che questo "Fatal Command" è solo il loro secondo album, e che paiono dei giovinotti con tanta energia da vendere... Potremmo quasi scambiarli per una nuova band di giovincelli assurti al Verbo del Metallo... in realtà, SORPRESA!, la band è composta da un manipolo di persone attivissime da anni nella scena metal centroeuropea (Accept, Helloween, Herman Frank, Krokus, Paradox, Running Wild, Cronos Titan, ecc. ecc.) e tutt'ora facenti parte di bands come HammerFall, Destruction, Headhunter. Insomma, un altro supergruppo? E che supregruppo, ragazzi! In questo bel dischetto abbiamo tutta la tradizione del metal europeo. Impatto da guerra, produzione perfetta, influenze sia thrash sia power/classic metal, e un cantante come si deve, quel Marcel "Schmier" Schirmer, meglio conosciuto come bassista/cantante dei mitici Destruction, con la sua ugola di tradizione Boltendahl/Rock 'n' Rolf ed un pizzico di Udo.

E soprattutto, se un qualsiasi album metal inizia con una pigna sonora come "Satan's Hollow" vi assicuro che vale la pena di possederlo. A me piacciono parecchio i cori a voci "super-acide" nei refrain, presenti ad esempio nella title-track e ancora di più in "Bleeding Allies" e "I'll Bring You the Light" (che bello il lavoro di chitarra solista su questo brano e sulla successiva "Scorn And Hate"!!!), che rappresentano un buonissimo e gradito elemento di tradizione perpetuata lungo tutta la storia del metal germanico. Come nella title-track: bestiale, come direbbe l'Ispettore Coliandro. Eh sì, bisogna essere tanto contenti che continuino tutt'oggi a produrre dischi di siffatta qualità, perlomeno il verbo del metallo viene ben rappresentato anche da destinare alle nuove generazioni. Certo il dischetto in questione è forse eccessivamente prolisso, dell'ordine di durata di quasi un'ora. Ma vi assicuro che qui nulla viene sprecato. La tradizione del Metal Teutonico è perpetuata da persone che sanno davvero il fatto loro. E nelle tracce più epiche come "Skullbreaker" c'é un certo feeling superiore che non è possibile evitare di sottolineare. Disco di qualità indubbia, insomma. Destinato a tutti i cultori del thrash, power, classic metal, in due parole, di tutto il metal più peso dell'epoca d'oro degli anni '80. E... la riprova è rappresentata dalla traccia finale, una riesecuzione con sapiente maestria del classico dei Saxon "Wheels Of Steel". 

Voto: 8/10 

Alessio Secondini Morelli

HYPERION - Dangerous Day

Fighter
In arrivo l’album di debutto di una band che propone musica interessante e di qualità, per la Figter Records gli Hyperon pubblicheranno il 22 novembre “Dangerous Day”. Nati per volontà di Marco “Jason” Beghelli a Bologna, hanno come obiettivo l’esplorazione in tutte le sue varianti e sfumature dell’Heavy Metal,unendo la parte classica e tradizionale a quelle che sono le ultime tendenze. Nel tempo il primo componente si unisce nel 2015 a Davide Cotti, chitarrista che riesce in breve tempo addirittura a diventarne la mente creativa, ma è con l’arrivo di Giacomo Ritucci al basso che iniziano i veri e propri arrangiamenti. Il completamento della band arriva con Luke Fortini, un formidabile chitarrista cui fama lo precede per le sue straordinarie performance, ma non finisce qui citiamo la voce, quella di Michelangelo Carano, ora siam davvero al completo e che gruppo. 8 brani cui sonorità rimandano a primo impatto a quelle caratteristiche degli anni 80 e a gruppi che hanno fatto la storia come gli Iron Maiden e i Metallica, basta questo per avere un’idea della portata compositiva dell’opera.

Dalla prima nota ci accorgiamo che è un thrash metal, la carica di “Ultimatum” ne è la testimonianza, ha un’esecuzione talmente veloce e intensa che gia nell’opener lascia poco respiro e subito via alle chitarre, cambi e stimoli sino in chiusura. Segue il primo singolo pubblicato, la title-track che in apertura mette in mostra le doti vocali, più armonioso l’ascolto ma piacerà anche chi non ama particolarmente il genere, quasi 5 minuti di ottima musica. Si cambia con “Incognitus”, effetto particolare in apertura quasi ipnotico e poi si martella la potenza, fiumi di parole che sfociano in un assolo accompagnato da scream qui e lì. “Ground and Proud” inizia già con le chitarre in primo piano, adorabile, perla strumentale fra le perle, ci emoziona ci carica ci piace tantissimo. “Forbidden pages”, mistero e base da paura per un brano che pare sussurrato , ma come per l’ intero platter meglio non abituarsi ad una trama musicale perché è pronta a cambiare nel respiro di un secondo, potenza di voce e di chitarra, sulla stessa scia viaggiano le note di “Killing Hope”. Penultimo brano, uno dei più accattivanti “The grave of Time”, sicuramente meno thrash ma comunque piacevolmente ed inesorabilmente metal ci trasporta in chiusura dove ritorna il martellamento caratteristico della band che in ultimo con “Hyperion” vuole concludere alla grande e sicuramente lasciare il segno. La band deve purtroppo affrontare l’abbandono di Giacomo ma è gia alla ricerca di un nuovo bassista per affrontare alla grande le date dei live, che saranno imperdibili con queste credenziali. La copertina dell’album è stata affidata all’artista australiano Alex Reies. Dal mio canto posso solo dire che questo si presenta come un esordio coi fiocchi, coinvolgente, di qualità, curato nei dettagli dove emerge il potenziale della band e del singolo elemento. Bravissimi. 

Voto: 8/10 

Angelica Grippa

UNREAL TERROR - Intervista alla Band


Siete appena usciti sul mercato discografico con un nuovo album in studio, potete presentarlo ai nostri lettori?

Luciano: The New Chapter è un album che vuole colmare un divario durato tre decenni e che ci ha tenuto lontano dalla scena metal per troppo tempo. Ha il difficile compito da un lato di rispettare la nostra tradizione musicale e dall’altro di aprirsi a sonorità contemporanee. A giudicare dalle recensioni uscite finora, sembra che ci siamo riusciti.

Come è nata la vostra band e quali sono le vostre origini?

Enio: Gli Unreal Terror nascono nel 1984 dopo che chiudemmo il capitolo UT, grande esperienza di un Rock cantato in italiano che vedeva oltre me, Mario Di Donato e Silvio"spaccalegna" Canzano che oltre a suonare la batteria era anche il vocalist della band. Un'esperienza meravigliosa durata 10 anni on the road.


Come è nato invece il nome della band?

Enio: Dopo l'esperienza UT decidemmo di invertire la rotta e adottare la lingua inglese e inserire un vocalist. L'ingresso nei primi mesi del 1984 di "Ben" Spinazzola portò anche al cambiamento del nome, infatti lui ci propose di modificare la "U" in Unreal e la "T" in Terror e così fu.

Ci sono delle tematiche particolari che trattate nei vostri testi o vi ispirate alla quotidianità in genere? Che peso hanno di conseguenza i testi nella vostra musica?

Luciano: I testi sono per me fondamentali. In questo ultimo lavoro in particolare, ho voluto giocare con le metriche, col suono stesso delle parole. In passato preferivo un approccio più descrittivo, più didascalico. Adesso mi piace sperimentare con le sonorità e i ritmi delle parole stesse. Credo siano diventati testi più personali, più intimi, che spesso esprimono emozioni vissute in prima persona. Trickles Of Time è un po’ il testamento degli anni che sono passati per me fino ad ora.

Quali sono gli elementi della vostra musica che possono incuriosire un vostro potenziale ascoltatore e quali sono quindi le qualità principali del vostro nuovo album?

Enio: Credo che i brani degli Unreal Terror sia quelli vecchi e sia i nuovi, abbiano una fottuta melodia che ti avvolge subito e ti rimane in testa. Luciano è bravissimo a creare dei riff e cori efficaci. Poi noi siamo animali da palco e credo che vederci live sia un'altra bella esperienza. Il nuovo "The new chapter" è stato scritto dopo 30 anni, ma ha la peculiarità di essere fottutamente al passo coi tempi, sia come è scritto e sia per le sonorità adottate.

Come nasce un vostro pezzo?

Luciano: Lo “scribacchino” sono io (risate). Compongo alla chitarra l’armonia, le linee melodiche e abbozzi generali dei riff che poi i miei chitarristi perfezionano. La mia è una scrittura molto melodica. Sono pezzi che potrebbero funzionare molto bene anche acusticamente, data la grande componente melodica che li caratterizza.


Quale è il brano di questo nuovo disco al quale vi sentite particolarmente legati sia da un punto di vista tecnico che emozionale?

Luciano: Quale padre ammetterebbe di avere preferenze per un figlio? (risate) Forse The Thread. Anche la mia Arianna (moglie N.d.R.) mi tira fuori d’impiccio con un filo come per il Teseo della storia raccontata nel brano.

Quali band hanno influenzato maggiormente il vostro sound?

Luciano: Maiden, Priest, Black Sabbath, Dio, Queensryche… la lista è lunga.

Quali sono le vostre mosse future? Potete anticiparci qualcosa? Come pensate di promuovere il vostro ultimo album, ci sarà un tour con delle date live? 

Enio: Abbiamo pianificato con Antonio Keller (Jolly Roger Record) tutta la promozione su "The new chapter". È partita coinvolgendo Radio, riviste specializzate, web ecc. Abbiamo pianificato un mini tour a supporto live ( in funzione della logistica di Luciano che vive a Los Angeles) che ci vedrà live il 7-8-9 e 28 dicembre rispettivamente a Roma,Firenze, Ascoli Piceno e nella nostra città Pescara.


E’ in programma l’uscita di un album dal vivo o magari di un DVD?

Enio: Ci stiamo pensando, il 2018 è tutto da scrivere.

Come giudicate la scena musicale italiana e quali problematiche riscontrate come band?

Enio: in Italia ci sono band che non hanno nulla di meno rispetto a quelle europee e americane e soprattutto molti dei nostri musicisti sono ad alti livelli rispetto a certi pseudo blasonati stranieri. Il nostro problema è sempre lo stesso : non ci sono spazi a sufficienza per il Metal e non c'è molto supporto da parte dei ragazzi verso le band nostrane.

Internet vi ha danneggiato o vi ha dato una mano come band?

Luciano: Ci ha assolutamente favoriti. E parlo della tecnologia in senso lato, non solo in relazione all’aspetto promozionale. Poter fare le prove a 10.000 km di distanza sarebbe stato impensabile solo pochi anni fa. Io personalmente sono estremamente affascinato dalle nuove tecnologie.


Il genere che suonate quanto valorizza il vostro talento di musicisti?

Luciano: Non credo possiamo essere considerati una band super-tecnica, alla Dream Theater. E francamente mi interessa poco. Quando ero più giovane, era molto affascinato dal virtuosismo strumentale. Oggi tende ad annoiarmi un po’. Tendo a giudicare molto di più il songwriting, la capacità di scrivere brani di impatto. Mi piace una tecnica al servizio della musica e non viceversa.

C’è un musicista con il quale vorreste collaborare un giorno?

Enio: Mi piacerebbe molto lavorare con Deve Lombardo lo ritengo un grande.

Siamo arrivati alla conclusione. Vi va di lasciare un messaggio ai nostri lettori?

Luciano: Vi aspettiamo ai nostri concerti. Quella è la dimensione in cui gli Unreal Terror si esprimono al meglio.

Maurizio Mazzarella

UNREAL TERROR - The New Chapter

Jolly Roger
Questi sono i dischi che ci piacciono: perchè sono quelli che hanno una bella storia alle spalle, oltre ad essere di ottima qualità. Degli Unreal Terror vi abbiamo già parlato qualche mese fa in occasione della pubblicazione della loro interessante biografia (http://giornalemetal.blogspot.it/2017/07/klaus-petrovic-unreal-terrorrules-night.html), sottolineando come la musica sia stato il fattor comune che ha cementato l’amicizia tra i componenti della band. Vi rimandiamo quindi al predetto articolo per meglio comprendere l’essenza di The New Chapter. Certo è che quando le motivazioni vanno oltre quelli che possono essere interessi materiali, legandosi esclusivamente alla pulsione artistica ed alla voglia di stare insieme, non possono che dare ottimi frutti. Son passati ben trentuno anni da Hard Incursion ma Enio Nicolini, Luciano Palermi e Silvio “Spaccalegna” Canzano hanno ripreso le fila li dove le avevano lasciate, con un lavoro che sicuramente si lega a livello compositivo al metal più tradizionale, quello degli anni ’80, con intelligenza e senza scadere in una mera operazione nostalgica, per la nuova linfa iniettata dalle chitarre di Iader D. Nicolini (il figlio di Enio) e Arcanacodaxe in fase esecutiva, grazie a trame armoniche perfettamente bilanciate tra presente e passato ed assoli ben costruiti, senza strafare, che si lasciano ascoltare con piacere.

E’ Luciano Palermi l’autore principale dei brani, supportato da Iader in quelli più articolati. Le atmosfere sulfuree dell’opener Odinary King fanno da apripista alla voglia di rockare duro che esplode già nella successiva Time Bomb, dove Silvio Canzano rende subito giustizia al suo soprannome. Durante l’ascolto ci hanno colpito particolarmente The Fall, One More Chance così come la conclusiva Western Skies, ma questo è un lavoro di quelli che si fanno ascoltare godibilmente dall’inizio alla fine, senza filler. Tra richiami di stampo maideniano ed anthems apparentemente mutuati dall’heavy americano dei Queensryche, la band in realtà ci mette motto del suo sacco ed è l’insieme a funzionare. Si ha la sensazione, insomma, di un combo perfettamente rodato, come se tanti anni non fossero affatto passati. Una citazione particolare per Enio Nicolini che, oltre ad essere quel bassista che tanti gruppi heavy dovrebbero avere (virtuoso ma che suona accordi e contrappunti nel momento giusto, al posto giusto…), si sbatte per promuovere la band presenziando ovunque possibile, proprio come si faceva una volta quando non c’era il dannatissimo web. Anche queste sono emozioni e, credeteci, in The New Chapter ne troverete tantissime. 

Voto: 9/10 

Salvatore Mazzarella