Mazzarella Press Office

EMP 1

Nuclear Blast 1

Nuclear Blast 4

Athlantis

martedì 12 dicembre 2017

AOSOTH - The Inside Scriptures

Agonia
I francesi Aosoth sono una delle punte dio diamante per quanto riguarda la scena black metal francese. Non saranno sperimentali come i colleghi illustri Deathspell omega, ma in quanto a tradurre in musica malvagità e odio anticristiano i nostri sanno il fatto loro. L’opener “A heart to judge” è significativa, campane a morto, e effetti che portano ad un tempo cadenzato marcissimo, feroce con chitarre gelide; il brano poi prende una piega feroce con blast beats, scream provenienti dagli abissi dell’inferno, un pezzo pregno di malvagità fino al midollo, il muro di chitarre è impressionante, la batteria ha cambi di tempo fluidi e usa molto bene la doppia cassa. “Her feet upon the earth, blooming the fruits of blood”,è puro assalto black metal, blast beats, riffing zanzarosi e basso pressante, che si trasforma in un mid tempo marcissimo con qualche influsso death metal ,la band non bada a spese in quanto a voler risultare feroce e compatta; c’è anche un rallentamento doomy a inframezzare il brano che rende ancora più pesante il tutto per poi colpire col blast beat, senza pietà.

La titletrack esordisce con un arpeggio di chitarre e basso compatto e dissonante; qui la melodia è bandita, la batteria è potente e compatta, i nostri sono un muro invalicabile fatta di riffing neri come la pece, e tempi cadenzati; lo scream è acidissimo e ti scava l’anima; un brano anche questo con cadenze doom; la batteria adotta cambi di tempo, passando dal rallentamento al blast beats con continuità, un brano monolitico e feroce. “Premises a miracle” non indietreggia di un passo dall’assalto, la band vuole compire duro, blast beats furiosi con riffing freddi e malvagi, i tempi vengono inframezzati da un up tempo che però non frena la malvagità del brano. “Contaminating all tongues” è un brano possente, scuro, nerissimo, tempi cadenzati di batteria, con riff scurissimi, freddi e dissonanti di chitarre, la voce è puro odio; il brano ha anche accelerazioni improvvise e blast beats furiosi, furia malvagia senza pace, ma solo diabolica convinzione nel proprio intento. Un disco potente, marcio di puro black metal, senza fronzoli e senza sperimentazione, ma tanta sana aggressione, un gruppo certamente che sarà apprezzato dai seguaci della fiamma più nera e intransigente. 

Voto:7/10  

Matteo ”Thrasher80”Mapelli

VICTORIUS - Dinosaur Warfare "Legend of the Power Saurus"

Massacre
Quinto disco per questo ensemble tedesco che si definisce Jurassic power metal ! (alla faccia del bicarbonato di sodio direbbe il compianto Totò). Questi 5, propongono un concept a tema preistorico con un mix di fantascienza, che detta così può sembrare una tamarrata unica, e lo è, ma funziona. Si perché i nostri conoscono molto bene il power metal made in Germany e lo spandono a piene mani anche in questo ep. L’opener “Saurus infernus galacticus” fa presagire il tema; ruggiti saureschi, laser e suoni spaziali e cori che più power non si può, batteria speed classicamente power, chitarrone dai riffing helloweeniani; e un singer che non è il classico screamer e potrebbe essere i punto debole, ma invece si sposa alla perfezione; il chorus è perfetto, unito agli effetti, che ti proiettano direttamente al centro del concept creato dai nostri in questa saga; solos melodici e heavy. 

 “Legend of the power saurus” è speed/power che più power non si può, chitarrone in armonizzazione, tastiere epiche, e grande costruzione di riff con il singer che ce la mette tutta per sottolineare il tema eroico/fantascientifico e arrivano i cori a dargli manforte; anche qui un chorus che farebbe la gioia di qualsiasi nostalgico dell’epoca d’oro del metal crucco; assoli in scala melodica e in armonizzazione, cosa volere di più? “Lazertooth tiger” è anch’essa veloce, potente, con le chitarre che rileggono i più classici clichè degli Helloween, batteria velocissima, riff melodici e chorus; anche qui le chitarre cesellano solos ad alta grado heavy/power. “Razorblade raptor” è velocissima, con un riff ispirato e quasi “rubato” ai migliori Gamma ray; up tempo graffiante, chitarre che rendono bene sia in fase melodica che quando devono aggredire con riffing metal. “Flames of armageddon” è una cavalcata power retta da buone orchestrazioni, riffing compatti e il singer ce la mette tutta per essere credibile; i solos sono buoni, anche perché il gruppo sa e conosce bene il proprio terreno di gioco. Un buonissimo ep che farà la felicità degli appassionati del genere con un concept originale e ben fatto, buona prova. 

Voto: 7/10  

Matteo ”Thrasher80”Mapelli

ACT OF DEFIANCE - Old Scars, New Wounds

Metal Blade
Ritorno fiammante per gli ex Megadeth Chris Broderick e Shawn Drover e la loro creatura Act of defiance. Una creatura gonfia di rabbia, aggressività e tanto thrash metal personale e moderno. L’opener “M.i.a.”fa già capire che i nostri non badano tanto alla forma ,ma alla sostanza; rullate e riff che più thrash non si può, mid tempo con doppia cassa e vocals pulite potenti e melodiche del singer Henrik Derek Bonner che cambia registro anche con growl death metal profondi, la band è fluida e grandi solos squisitamente virtuosi da parte di Broderick, aggressività e stile. “Molten core” è un pezzo thrash da manuale, batteria velocissima, quasi hc, growl che sono puro furore, riffing a incastro e il basso che cesella, e cambio di tempo con rallentamento e solo in accelerazione, gustoso. “ “Overexposure” è un brano che dovrebbe servire a tanti gruppi e gruppetti metalcore su cosa sia veramente il genere; ovvero, prendere l’aggressività hc e fonderla con l’assalto del metal più potente e virulento, con riff d’acciaio; come questo; un up tempo preciso, potente e coinvolge, grazie alla versatilità vocale del singer che offre una prestazione da prim’ordine, con parti aggressive e pulite ficcanti senza per questo sminuire la qualità del brano anche qui assolo sopraffino di Broderick.

“The talisman” è uno dei brani cardine del lavoro, una song che fonde thrash vecchia scuola e moderna, dall’intro acustica arpeggiata; per poi affondare il colpo con un mid tempo possente, il brano è costruito molto bene, dinamico con un chorus epico; grande lavoro ritmico, dinamico e fluido. “Circle of the ashes” è pura battaglia thrash, in brano dal perfetto headbanging, mid tempo tellurico, i riffing compressi e taglienti e la batteria che poi prende una piega più veloce trasformandosi in un up tempo con cambi di tempo e grande prova compatta da parte dei nostri. “Conspiracy with gods” è un brano che reca le stimmate thrash, una cavalcata tagliente, riffing d’acciaio, growl e poca raffinatezza ma tanto gusto nella costruzione; per poi accellerare nei solos di chitarra sopraffini. “Rise of rebellion” è anch’esso uno dei brani migliori di un disco pressoche perfetto nella sua furia davastante; un pezzo tellurico, gran lavoro con cambi d’atmosfera, prova vocale alta e riffing che più thrash non possono che esplodono insieme alla macchina ritmica che è un panzer; anche qui Broderick fa vedere la sua maestria in sede solista, alternando un gran gusto melodico e virtuoso a riff dall’impatto heavy. Un disco che è ancora più segno che i nostri sono uno dei gruppi del metal americano e del thrash da tenere d’occhio, perché fondono abilmente formule moderne nel pieno rispetto della tradizione, con gusto sapiente. 

Voto: 8.5/10  

Matteo ”Thrasher80”Mapelli

Finalmente online “Accross the sky”, il primo disco dei Cherries on a swing set

Da lunedì 11 dicembre, è disponibile su tutte le maggiori piattaforme on line, Across the sky, il primo disco dei Cherries on a swing set, quintetto vocale a cappella di Orvieto. Il disco, già disponibile nella sua versione "fisica" è stato presentato sabato 11 e domenica 12 novembre al Teatro Santa Cristina di Porano (TR), con due spettacoli che hanno registrato il sold out, insieme al generale entusiasmo del pubblico. Due inediti, The Hunting e L' Equilibrista (i cui video, in rete dall' estate, hanno già collezionato diverse migliaia di visualizzazioni su Youtube) e otto cover di noti artisti italiani ed internazionali rappresentano il cielo ideale, in cui i cinque cantanti si sono mossi come "acrobati", senza rete, ossia senza strumenti, sul filo teso delle loro voci. È un lavoro eterogeneo che dimostra un discreto eclettismo da parte del quintetto vocale, che spazia da alcune note hit del pop dei nostri giorni, come "Stay with me" di Sam Smith, "Other people" di Lp, alla rilettura di importanti pagine della musica moderna, come "Piccolo Uomo" di Mia Martini o "Je ne regretted Rien" di Edith Piaf. Presenti nel disco anche Patty Pravo con la sua "Pensiero Stupendo" e Loredana Bertè con l’indimenticabile "Ninna Nanna" di cui il gruppo ha già realizzato in passato due videoclip. Tra le otto cover, due si distinguono per la loro particolarità: il mash up "Eye of the Tiger / Un' emozione da poco" (celeberrima canzone dei Survivor scritta per la colonna sonora del film Rocky che si incontra, qui, con uno dei pezzi più famosi di Anna Oxa, firmato da Ivano Fossati) e il brano intitolato "La Serpe a Carolina", canto giacobino scritto a Napoli nel 1799, durante la rivoluzione partenopea. Il primo ha un impatto decisamente rock valorizzato da un sound dal sapore elettronico, mentre, nel brano napoletano, i Cherries mettono a frutto l' esperienza maturata nel folk con Ambrogio Sparagna, rileggendo in maniera molto personale la celebre "ngiuriata a l'ex Regina 'e Napule" , di cui una delle interpretazioni più autorevoli venne data, negli anni 70, dalla Nuova Compagnia di Canto Popolare. Un cielo dunque vasto, potremmo dire, quello in cui si sono mossi i Cherries on a swing set, che hanno voluto omaggiare con questi "ritratti" le stelle che hanno incontrato. Tutti gli arrangiamenti sono stati curati da Stefano Benini, basso e beat boxer del gruppo. Il disco è stato registrato e mixato allo Studio Panidea di Alessandria da Paolo Novelli, mentre l' artwork originale è stato realizzato da Chiara Luzi. Un lavoro accurato di arrangiamenti, esecuzioni e suono che merita senz'altro l'attenzione di un pubblico sempre più ampio. Un' ottima idea per regalarsi o regalare della buona musica a Natale. Across the sky, il primo disco dei Cherries on a swing set! 

CHERRIES ON A SWING SET – Biografia 

I Cherries on a swing set sono un quintetto vocale a cappella. Il loro percorso nasce ad Orvieto nel 2009, ma velocemente il gruppo si fa apprezzare in molte città italiane e anche all’estero, esibendosi spesso in importanti live club (Stazione Birra, Alexander Platz e Teatro Centrale Carlsberg - Roma), ed in festival di rilievo (Sanvalentino Jazz - Terni, Umbria Folk festival - Orvieto, Festa Europea della Musica - Roma, Solevoci - Varese, Musica Riva Festival – Riva del Garda, Etruria Musica – Tarquinia, Festival della Letteratura - Mantova, Vocalmente - Fossano), Italian Festival Thailand (Bangkok). Hanno avuto vari riconoscimenti, tra cui il secondo premio al Winter Vocal International Competition di Pinerolo (TO), nel 2014. Nel 2015 hanno vinto il Premio Voceania. Hanno collaborato spesso con Ambrogio Sparagna con cui sono stati protagonisti di molti spettacoli (ricordiamo l’ Ottobrata Romana 2013 all’Auditorium Parco della Musica di Roma) e con altri artisti importanti. Il repertorio del gruppo, principalmente pop/rock, spazia dai classici degli anni ’50, fino alle hit dei giorni nostri, proponendo, di tanto in tanto, generi alternativi come lo swing, il folk o la rilettura di pagine famose della musica classica.

mercoledì 6 dicembre 2017

BLACK SABBATH - The End

BS Productions
Sono in lacrime! Una vita per i Black Sabbath, una vita ad adorare il Mancino (come me) Tony Iommi che ha cambiato la storia della musica (non come me) creando il Metal... da un incidente in fabbrica (le due falangi mancanti, sostituite da due protesi in plastica hanno fatto sì che lui creasse il suo particolare modo di suonare "bicordoso" condito con tonnellate di decibel di distorsione: poi non ditemi che non lo sapevate, che un genere musicale così è nato nello sferragliare delle fabbriche, che guarda caso è proprio ciò a cui all'epoca ci si riferiva con il termine "metallo pesante"!)... ora, come ogni bella favola, tutto finisce. Dopo i roventi anni '70 fatti di eccessi come di grandi e influenti albums, dopo altri 20 anni senza Ozzy facendo dischi egregi con Dio, Gillan, Glenn Hughes e scoprendo il grande Tony Martin, dopo tutte le reunion del caso (con Dio, con Ozzy per il megatour di fine anni '90, di nuovo con Dio sotto denominazione "Heaven & Hell" e infine... con Ozzy per il nuovo album "13" e relativo tour), il gran saluto ai fans. Il concerto finale del "The End Tour" 2015/2017, il 4 febbraio 2017 a Birmingham, dove tutto è iniziato. Certo è amaro constatare che gli "Alfieri di Birmingham" (così erano chiamati giornalisticamente quand'ero giovane) non sono tutti e quattro gli originali. Tommy Clufetos alla batteria fa bene il suo lavoro e si diverte pure, ma sarebbe stato bellissimo rivedere Bill Ward dietro le pelli, sarebbe stata tutta un'altra cosa. Peccato per tutto il casino che c'é stato tra Bill e gli altri 3, e che non voglio rivangare perché poi nessuno tra l'altro può sapere cosa davvero è successo. Peccato anche per gli stramaledetti problemi di salute che Iommi ha avuto alle soglie dei 70 anni appena dopo aver annunciato la reunion a fine 2011 (reunion che comprendeva anche l'album "13" e relativo tour 2013/2014). Probabilmente questi problemi hanno avuto il loro peso nella decisione che... questo è l'ultimo tour dei BLACK SABBATH. La loro Legacy è salda, e ufficialmente trasmessa alle nuove generazioni di musicisti e fans. Il live in doppio CD, è un'ottimo documento del successo che i Sabs, ormai giustamente considerati influenti come un macigno negli ultimi 40 anni e passa di musica rock pesante, hanno ufficialmente raccolto dopo anni e anni di tour mondiali, carriere soliste, riformazioni, ripensamenti, begli albums... ed oltre 100 milioni di dischi venduti nel mondo.

Per chi come me ha il batterio Sabbath ormai insito nel sangue, tecnicamente non sarà nulla di nuovo, eppure nell'esaltazione del caso, è più di tutto questo: è sì un altro live album ottimamente registrato, con canzoni che so a memoria da decenni... e non parlo solo delle celeberrime "Paranoid", "Black Sabbath", "Iron Man", "Children Of The Grave"... ma anche le gemme ugualmente epocali come "Under The Sun/Every Day Comes And Goes", "Snowblind", "Supernaut", "Behind The Wall Of Sleep", "After Forever" e "Into The Void" fanno ottima figura in questo importante documento audio/video. Dicevo, è più di tutto questo. Questa è l'eredità che lasciano i Sabs a noi metallari (e anche non). L'eredità di un gruppo rock influente almeno quanto altri più blasonati gruppi rock (Queen? Led Zeppelin?)... anche più di quanto noi pensiamo, la cui venerazione si manifesta a ciel sereno anche al di fuori del confine dei gruppi metal (un giorno il chitarrista dei Roxette disse a Ozzy "sono cresciuto con i dischi dei Black Sabbath..."). Da ciò che ho capito, la versione video, pubblicata nei formati DVD e Blu-Ray, rappresenta il Film Documentario "The End Of The End", con interviste e filmati inframmezzati dai brani live della data del 4 febbraio (un film apparso anche nelle sale cinematografiche ma limitato a poche città italiane, e per un solo ed unico giorno, il 4 di ottobre, e che ho già provveduto ad andare a vedere!), mentre la versione audio è il live album nudo e crudo della data del 4 febbraio a Birmingham. Un live spettacolare, di cui esiste anche un bel cofanetto "deluxe" a tiratura limitata, comprendente... tutto: DVD, Blu-Ray, doppio CD ed anche un bonus-CD audio (la cui versione video è un extra sul DVD e sul Blu-Ray) comprendente le "Angelic Sessions", vale a dire una breve live session agli Angelic Studios dove i Sabbath stessi suonano brani non suonati nel tour ma... sempre grandi classici. Ecco perché alla fine sono in lacrime: in questa session da studio, oltre a una bella versione di "Sweet Leaf" e di "Tomorrow's Dream" (già qui siamo al massimo della goduria), troviamo "The Wizard" perfetta con Ozzy all'armonica, la "jazzata" b-side "Wicked World" che probabilmente nessuno ricorda (io sì)... e la sperimentale ballad orchestrale "Changes" da "Vol. IV", con Iommi al pianoforte e Butler al mellotron (e fa pure una mezza stecca, emmannaggia...). Gadgets contenuti nel cofanetto? Beh... passi, spilla smaltata, tre plettri, un booklet di 15 pagine zeppo di foto e note biografiche. Ma che cavolo volete di più voi altri, eh? Ma che rompete? Allontanatevi alla svelta, e sprecate meglio il vostro tempo, andando immediatamente a comperare questo pezzo di storia. Andate, andate. Che già ho un diavolo alato (il loro logo) per capello, per il fatto che questa è proprio "The End". 

Voto: 10/10 

Alessio Secondini Morelli

MORBID ANGEL - Kingdoms Disdained

Silver Lining Music
I Morbid Angel rappresentano un caso più unico che raro nella storia della musica. Incarnano innanzitutto la Storia del Death Metal americano: nati nel 1984 (quando il genere era ancora in fase embrionale ed ufficialmente chiamato "Thrash" o "Black Metal"), coetanei di gente come Death, Possessed e Obituary, hanno vissuto sulla propria pelle la nascita, lo sviluppo underground e poi la diffusione nei circuiti "commerciali" della prima vera e propria ondata di metal estremo, esordendo ufficialmente nel 1989 con "Altars Of Madness", pietra miliare che ha cementato ufficialmente la codifica del genere Death Metal. Discograficamente attivi per tutti gli anni '90, dal secondo e altrettanto epocale album "Blessed Are The Sick" hanno avuto il pregio di trasformare il loro Death Metal in qualcosa di superiore tanto a livello tecnico-compositivo (ed artisticamente piuttosto elevato rispetto alla media) quanto a livello di produzione in studio. Rimanendo SANO E VERO DEATH METAL... e non è cosa da poco. Prima di loro infatti i pionieri del metal estremo usavano produzioni molto grezze e "rumorose", volutamente poco curate, in quanto era costume nella mentalità del primo Death-Grind dare a credere che la perizia tecnica è cosa secondaria rispetto alla brutalità. I floridiani sono riusciti invece nell'intento (all'epoca considerato impossibile) di dimostrare che una performance musicale selvaggia e brutale non stona con una tecnica altrettanto estrema... e con una solida evoluzione artistica. Trey Azagthoth, chitarrista solista portabandiera di tutte le line-up della band e principale compositore, oggi definito una sorta di Malmsteen del Death Metal, non ha mai nascosto il suo background di musica classica, tra l'altro. E la loro musica ha di sicuro influenzato parecchi gruppi che, dagli anni '90 in poi, hanno portato il metal estremo a livelli qualitativi eccellenti (At The Gates, Dissection, Dark Tranquillity). Ancora oggi, le nuove leve del Death (e secondo me anche tutte le bands dell'Extreme Metal, soprattutto nordeuropeo) debbono pagare un grosso tributo a Trey e compagni, i quali possono assurgere quasi allo status di "divinità" nell'ambito del metal estremo. Addirittura, sono sempre stati tra le poche Death bands americane apprezzate e non osteggiate dal fantomatico "inner circle black metal of norway". Detto questo... passiamo a parlare delle varie vicissitudini degli ultimi anni. La coerenza musicale è sempre stata preservata da Trey Azagthoth, che proprio per questo, dopo aver conosciuto il gran successo con il capolavoro "Covenant" e con il buon "Domination", ha dovuto subire la defezione dello storico bassista/cantante David Vincent (perso nelle sue elucubrazioni elettro-industriali coi Genitorturers), sostituito con il ragazzone di ferro Steve Tucker, il quale ha rinvigorito le file dei Morbid in maniera nobilissima, anche partecipando alla composizione dei brani. I tre dischi del post-Vincent rimangono molto equilibrati nel rapporto tecnica/brutalità, ma a parecchie persone non sono piaciuti (gli stessi signori che sono convinti che ogni band debba scomparire dopo i primi due-tre albums). Eppure nell'insieme i dischi da "Formula..." a "Heretic" non sono per nulla negativi, anzi sono molto apprezzabili (se si eccettuano alcuni intermezzi strumentali sintetizzati un po' superflui e prolissi dell'ultimo). Il brutto doveva ancora venire, tuttavia. Difatti, a un certo punto Vincent ritorna... ma dopo 9 anni di inspiegabile silenzio discografico, come si ripresentavano i Morbid Angel? Con lo "sperimentale" "Illud Divinum Insanus", uno scherzo di cattivo gusto, più che un album nuovo. Qualcosa di negativamente inverosimile, e di cui non voglio parlare per non farmi salire il sangue al cervello. Per fortuna, anche se 5/6 anni dopo, Trey mette le cose in chiaro, e di nuovo separa le strade artistiche con Vincent (che ora fa musica country, mah...) riprendendo Tucker e sfornando un album nuovo di zecca, dove... riprende esattamente da dove aveva interrotto 14 anni prima con "Heretic". Ma... senza alcun intermezzo "sinfonico" strano. Solo, un bell'album di Death Metal "superiore" (come a me piace tanto chiamare il LORO Death Metal) ma brutalissimo in quanto pieno zeppo di tempi complessi e tendenti al disparo, bordate ritmiche e brutalità a rotta di collo.

La produzione è al meglio che c'é, potente ma rifinita, come sempre ci hanno abituato, e le composizioni sono in equilibrio tra il meglio della brutalità tipica degli episodi migliori di "Gateway To Annihilation" (rimarrete appunto "annichiliti" fin dall'inizio con il bestiale attacco di ritmiche a mitraglia di "Piles Of Little Arms" e della seguente "D.E.A.D."), e brani più mosheggianti ma altrettanto heavy come "Garden Of Disdain", in cui alcune partiture ricordano la mitica "Where The Slime Live". Si continua con "The Righteous Voice" ed i suoi eccellenti blast-beats su tempo dodici ottavi (un'altro elemento tipico del loro sound, che ricorda la vecchia e sempre bella "Rebel Lands" da "Blessed Are The Sick") mentre... su "Architect Iconoclast" ci godiamo anche con grande piacere il particolare gusto e la buona personalità dell'attuale batterista Scott Fuller (che... no, mi spiace per tutti voi, non fa per nulla rimpiangere il comunque grandissimo e storico drummer Pete "sono-in-crisi-mistica" Sandoval). "Paradigms Warped" è un altro perfetto brano "Slow Death Metal", invenzione tutta dei Morbid Angel stessi (vale a dire brani dal ritmo lento e pesante ma spaventosi e brutali quanto quelli più tirati), e qui Tucker brilla particolarmente, sciorinandoci un growl della qualità migliore che ci sia, assieme anche ad una performance bassistica massiccia. Abbastanza variegata compositivamente è "The Pillars Crumbling", sempre basata sui ritmi tra il lento/pesante e il mosheggiante. Forse è un brano meno riuscito rispetto agli altri, ma non certo brutto. Ancora un bel ritmo blast-beat "swingato" per la brutale "For No Master", altro brano secondario ma tutto sommato carino. "Declaring New Law (Secret Hell)" contiene un assolo di chitarra di gusto relativamente melodico suonato dall'ospite Dan Vadim Von, collaboratore "telematico" di vecchia data in quanto creatore del sito internet sui Morbid Angel, e in questo brano i vecchi M.A. rispuntano fuori a spaventare con un'atmosfera da Grandi Antichi lovecraftiani, rappresentata da una ritmica monotona e mitragliosa su ritmo moderato. Echi dei migliori dischi passati sono anche nella ritmicamente cangiante "From The Hands Of Kings" e nella sparatissima "The Fall Of Idols", che conclude un album della miglior tradizione Death Metal. Che dire... l'impressione globale è che le persone cambiano. Il genio di Trey fu coadiuvato in maniera ottima da David Vincent fino ad una certa annata... poi la divisione artistica fu inevitabile. Come necessario fu l'avvento di Steve Tucker per fare tre dischi ottimi e artisticamente coerenti col passato. Forse ciò fu dimenticato con il passare degli anni, e l'esperimento del ritorno di Vincent invece si è rivelato pesantemente nocivo, ed allora si è tornati sul sicuro. Il disco è davvero di ottima fattura. Tucker è ancora oggi il degno coadiuvatore artistico di Azagthoth, quanto Vincent fino al 1995. Concludendo, in passato ho letto parecchie recensioni che recitavano frasi finali del tipo "dopo oltre 20 anni di attività discografica non possiamo certo chieder loro impossibili sperimentazioni", beh mi sento di adottare questa frase stavolta, ma arricchendola con "...dato che abbiamo ben visto cosa accadrebbe" (ogni riferimento a "Illud..." è puramente voluto). Nulla da fare: i Morbid Angel sono e rimangono la tradizione ancora ben viva del Death Metal, ed ancora oggi dimostrano di essere vivi e vegeti. Facciamone tesoro e supportiamoli, dimentichiamoci del precendente "scherzo" e ricordiamoci sempre di ciò che hanno rappresentato ed ancora oggi storicamente rappresentano. COME FORTH ANCIENT ONES!!! 

Voto: 9/10 

Alessio Secondini Morelli

DAVID GILMOUR - Live At Pompeii

Columbia
Per scrivere questa recensione, mi ero riproposto di non parlare dei Pink Floyd, di focalizzarmi solamente sull'operato attuale del loro "mitico" chitarrista solista (sono oltre 28 anni che uso questa espressione con lui essendo anch'io chitarrista), David Gilmour. Principalmente perché troppo è stato detto e scritto della band madre e solo chi abita su Marte non sa chi sono i Pink Floyd e ci siamo tutti stancati di veder scritte le stesse cose ecc.ecc. Ma... come si fa? Nell'arco di tre decenni la band madre ha lasciato il suo segno in tutta la cultura occidentale. Psichedelia nella fase iniziale, improvvisazioni "cosmiche" e sontuose "suites" nei primi anni '70, concept albums ambiziosi ed estremamente popolari nel resto dello stesso decennio. Gilmour in tutto questo può essere considerato principalmente un buon strumentista e vocalist, che non ha mai evitato di profondere la sua perizia ed il suo cuore di musicista negli albums che hanno fatto la fama e la leggenda dei Floyd. Può essere anche considerato un discreto co-autore delle musiche... laddove la leadership compositiva e concettuale è sempre stata di Roger Waters. E sempre in tutto questo, gli assoli dei migliori dischi dei Floyd hanno fatto storia, sono oggi studiati dai musicologi, insegnati nelle aule didattiche... poi David ha deciso di raccogliere i frutti di tutto il suo lavoro comunque notevole negli anni passati, riformando la band daccapo senza Waters a cavallo tra gli '80 e i '90, con un nutrito gruppo di turnisti e Wright e Mason di nuovo al loro posto... e con un paio di albums dalla produzione piuttosto sontuosa, la cui qualità è apprezzabile nonostante i trascorsi "storici" siano ben più epocali, e le cui vendite hanno permesso a lui ed agli altri due superstiti di tenere tournée mondiali da sold-out... Ed ora? Altri anni sono passati. La band madre non può più esistere. Wright è deceduto nel 2009 (e il fondatore Barrett tre anni prima, senza che nessuno se ne accorgesse), Roger Waters è oggi solista (e non più detentore del nome della band), Nick Mason ha altri interessi più "automobilistici" a cui pensare, tutti quanti non hanno ancora finito di guadagnare per le vendite di "The Dark Side Of The Moon"... e alla musica, chi ci pensa? Voglio dire, alla dimensione musicale più vicina agli anni d'oro del quartetto, al Rock anni '70 venato di Prog e Psichedelia, alle chitarre vibranti e suonate con l'anima Blues, alla musica "spaziale" e rilassante sui 4/4 lenti che hanno fatto epoca, chi ci pensa? L'unico che ci può ancora pensare, per quanto oggi gli sia possibile. David. Con il suo inimitabile stile chitarristico fatto di note singole dilatate in bending e vibrato, che fa mandare in visibilio ancora oggi tutti gli shredders per quanto possa essere considerato espressivo solo con tre o quattro note di pentatonica in una battuta. Voglio dire, gli anni passano per tutti, e per una ragione o per un'altra David non sforna di certo dischi a ritmo di uno all'anno. Ma passati i 70 di età, il nostro ancora non appende la chitarra al chiodo. Vuole suonare. Sente di voler continuare a passare la sua musica/arte anche alle nuove generazioni. Certo, la qualità dei suoi più recenti album solistici ("On An Island", "Rattle That Lock"), nonostante siano parecchio curati, sarà sicuramente oggetto di giudizi altamente contrastanti, ma lui dalla sua casa/studio galleggiante sul Tamigi non si cura dei giudizi della gente. Tanto ad ogni nuovo album fa sempre seguito un tour. Nei primi anni '70 i Floyd avevano girato un film in cui suonavano (senza pubblico) nell'anfiteatro di Pompeii. Questo avveniva appena prima del loro primo grande successo mondiale "The Dark Side Of The Moon". Ora, David Gilmour è stato nominato cittadino onorario della storica località campana. Qual migliore celebrazione se non un mega-concertone in pompa magna nello stesso anfiteatro, poi riproposto in toto in formato video e audio (doppio CD e doppio DVD)?

Vi liquido subito i dati tecnici: più due 2 ore e mezza di concerto con una backing band composta da turnisti al massimo delle aspettative, brani tratti dagli ultimi due albums solisti, inframmezzati da classici dei Pink Floyd degli anni '70 eseguiti in maniera del tutto simile alle versioni dei tour di "Momentary Lapse Of Reason" e "The Division Bell"... non disdegnando neppure alcuni dei brani di questi stessi due albums (gli albums dell'era Gilmour, appunto), una chitarra solista enorme, dal suono vibrante, dilatato sul resto della band... come nello strumentale "5 A.M." tratto da "Rattle...". Scenari sontuosi, tantissimo pubblico, tanti classici, tantissima gente esultante sui classici con i quali è cresciuta, qualità audio/video perfetta... tutto ciò, può essere anche considerato una grossa operazione commerciale. L'ennesima in forma di un live. Ma prima di pensare a ciò, consideriamo che questo ulteriore live con scaletta similare agli ultimi tour (ricordiamo i live albums "Delicate Sound Of Thunder" e "Pulse" coi Floyd e "Live In Gdańsk" da solista) dev'esser considerato prima di tutto una celebrazione. Una conseguenza dell'attestato di stima che la città di Pompei ha deciso di attribuire a colui che è stato il leader dell'ultima incarnazione dei Pink Floyd. Stabilito questo... possiamo anche aggiungere un paio di giudizi più sullo specifico. Ad esempio, che generalmente le pur godibili composizioni degli ultimi albums solisti non reggono il confronto con i classici (ma credo sia una cosa normalissima); che "The Great Gig In the Sky" eseguita in questo modo è quasi un affronto (parti corali armoniche "stilizzate" al posto della inimitabile ed emotivamente toccante esecuzione originale di Clare Torry); che "Comfortably Numb" e "Run Like Hell" contengono i medesimi "annacquamenti" degli ultimi live dei Pink Floyd che ne rendono chilometriche le rispettive durate; che è estremamente divertente ascoltare il pubblico mentre esulta non appena inizia il rumore del registratore di cassa di "Money" oppure i rumori della radio che introducono "Wish You Were Here" o ancora gli orologi di "Time" (ciò attesta che oramai il marchio dei Floyd è impresso a fuoco nella cultura occidentale e non si cancella neppure con il Mastro Lindo!); che è una graditissima sorpresa la versione qui presente di "Fat Old Sun", brano composto e cantato da Gilmour per "Atom Heart Mother"... e alla fine di tutto ciò, però, uniamoci alla celebrazione. Chi non vuol perdersi nulla di Pink Floyd e derivati e chi è un attempato (o meno) fan accanito del David Gilmour chitarrista, di sicuro comprando questo doppio album/doppio DVD live si troverà difronte un sontuoso concerto celebrativo racchiuso in un prodotto fonografico perfettamente confezionato. Agli altri dirò: comprate, ascoltate, guardate attentamente, perché anche se non siamo più in epoca Prog/Psichedelica, la musica dei Floyd e la chitarra di Gilmour sono sempre user-friendy per tutti. Non vi è gap generazionale che tenga. Ancora oggi, più la chitarra di Gilmour continua a suonare, più si sviluppano i neuroni di chi ascolta. Soprattutto in confronto con parecchia roba che esce oggi nel mondo della musica Pop. E non credo di essere l'unico che la pensa così, dato che oggi dischi come "The Dark Side Of The Moon" vendono più dei dischi delle bands esordienti... quindi, approfittatene! 

Voto: 8/10 

Alessio Secondini Morelli

SLEEPING ROMANCE - Alba

Napalm
Sono passati ben 4 anni per i carpigiani Sleeping romance dal precedente Eenlighten”, e si confermano un solido punto fermo del symphonic metal a livello europeo con questo “Alba” Un graditissimo ritorno, perché i nostri hanno all’interno soluzioni orchestrali ad ampio respiro, una solidità metal e soprattutto una cantante come Federica Lanna, che non cerca di scimmiottare altre colleghe illustri; ma essere una singer che ha personalità. L’opener “Overture-twilight” è pregna di sinfonia, pathos e le orchestrazioni sono ben delineate e quasi da colonna sonora, per poi affondare il colpo con “Where the light is bleeding”;un mid tempo sinfonico; le tastiere insieme alle chitarre intessono trame sulle quali si staglia la voce della Lanna, un ritornello perfetto raddoppiato da cori è la perla del brano.

“Lost in my eyes” è un up tempo roccioso, le orchestrazioni mai invadenti entrano in maniera fluida nel tessuto armonico creato dal brano; “Touch the sun” è pregno di epicità metal, un brano che è guidato da tocchi di tastiere nella strofa, mentre esplode nel ritornello con riff aperti di chitarra e la voce della singer delicata e dolce. “My temptation” è il lento, pieno di pathos, romanticismo e le orchestrazioni con la struttura metal del brano, ma mai eccessiva; brano pieno di colore ed emozione. La titletrack è sottolineata da orchestrazioni epico/sinfoniche che esplodono in una cavalcata power, sostenuta da riff potenti che vengono doppiati da una batteria che sfocia in un mid tempo spezzato e la voce della nostra, mutevole che dona colore e melodia al brano. Una seconda opera che è qualità pura, ottimo metal sinfonico che bilancia bene impatto heavy e il pathos melodico delle orchestrazioni, bravi! 

Voto: 8/10  

Matteo ”Thrasher80”Mapelli

STALKER - Shadow of The Sword

Napalm
Se si guardasse la copertina di questo album, l’esordio di questi neozelandesi, si prenderebbe un bel granchio. Perché quello che si penserebbe guardandola, ci porterebbe a condurre i nostri nei territori cari a certo power o epic metal; invece nulla di più sbagliato; perché i ragazzi sembrano l’incarnazione dei primi e sulfurei Slayer . Si avete capito bene, quelli ancora acerbi, divisi tra scorie N.w.o.b.h.m. e speed/thrash metal; questi ragazzi esordiscono come se volessero replicare la formula di “Show no mercy” che spalancò le porte alla band di Huntington beach. L’opener “Total annihilation” è slayeriana all’ennesima potenza, riffing malvagi , tempi veloci di batteria, e cantato urlato, acuto e più cupo; i nostri dimostrano che sanno proporre una formula potente, devota all’assalto, quasi nessuna concessione alla melodia. “The mutilator” introdotto da un suono di catene e fiamme, è puro speed metal, il terzetto fila via come un treno, riffing tonanti, batteria veloce e precisa, un sapore ottantiano e la voce acuta e feroce e i cori che richiamano la tradizione più classica del metal americano, buono il solo melodico e richiamante il metal classico.

“Path of destruction” è introdotto da un temporale sul quale si staglia il rullante che denota una marcia epica, le chitarre sembrano difatti evocare lo Us metal più epico; ma è solo un’impressione, perché i nostri riprendono a picchiare come fabbri ferrai, riffing d’acciaio, tempi velocissimi e voce acutissima che dosa urla e voce più greve, a metà del brano c’è un rallentamento che richiama la tradizione del metal più classico, con un lavoro di chitarra evocativo. La titletrack è più tellurica, ritmata, e pesante, riffing speed/thrash, stop n’ go e via ancora con una batteria veloce e metronomica, la voce è in secondo piano, il cantato è acuto e melodico e i cori hanno il sapore anni 80. “Shocked to death” è anch’essa pregna dei riffing cari a Tom Araya e co., tempi velocissimi, cantato aggressivo, cori che prendono alla gola, doppia cassa senza pietà, un brano perfetto e preciso. “Master of mayhem” è anch’esso uno speed metal con riferimenti sia al thrash che stava nascendo all’epoca che al metal classico rivisto in un’ottica più aggressiva e heavy, riffing serratissimi, batteria e basso compatti e cantato acuto e acidissimo e cori a non finire. Un disco che se fosse nato negli anni 80 avrebbe avuto una votazione altissima, perché sarebbe stato perfetto per l’epoca, qui i nostri confezionano un disco sinceramente retrò, un’opera prima potente, compatta, che racchiude una buona cover di “Evil dead” dei maestri Death, ma ancorata ancora a degli stilemi fin troppo conosciuti; c’è da lavorare ma ho idea che i nostri potrebbero darci qualche soddisfazione. 

Voto: 6.5/10  

Matteo ”Thrasher80”Mapelli

GREYFELL - Horsepower

Argonauta
Un vero cavallo potente, possente e carico di soluzioni doom e acide questi Greyfell. I francesi, esordiscono per la nostrana Argonauta con il loro secondo disco, un disco pregno di amore per il suono più oscuro e acido del rock. L’opener “People’s temple” è pregna di goove acido; effetti,un basso ipnotico e una batteri a possente ritmata, chitarre dai riffing compressi, potenti e ricchi di squarci hard; con una voce carica di effetti, messa in secondo piano rispetto agli strumenti per poi esplodere, quasi un cerimoniale pagano e spaziale; fuori dai confini del conosciuto. “Horse’s” anch’esso un brano pieno di un suono spaziale, doom e ricco di riverbero, la batteria è lenta, ricca di groove, il cantato è salmodiante, un brano che si apre a squarci potenti, mentre nelle strofe l’atmosfera è più calma, anche qui la sensazione di trovarsi in un’altra dimensione è palpabile, i nostri sanno ricreare bene le atmosfere più acide grazie a riff carichi di groove e psych.

“No love” un brano che introdotto da un basso possente, si trasforma in una doom song, un pachiderma con riff compressi e grassi, la batteria è lenta e ritmata, come se fossero delle percussioni tribali, il cantato filtrato sembra evocare una cerimonia antica; i cori ripentono come un mantra il ritornello; un suono carico di riverbero, effetti carichi di acidità psichedelica sono seminati in tutto il brano. “Spirit of the bear”, un brano che entra piano, un basso con colpi di batteria che viene poi arricchito da un’esplosione doom; tastiere spaziali, ritmiche possenti, una voce filtrata, e il basso che è lo strumento principe unito a riff carichi di groove compresso, un sapore seventies permanente; ti da un senso di estraniazione totale, con la voce che esplode in urla potenti, un brano che ascolto, dopo ascolto, rapisce. La conclusiva “King of xenophobia” chiude il cerchio acido, con una doom song, ricca di eco, possente, lenta, un drumming pachidermico, riffing psych e compressi esplodono all’improvviso, mentre la voce carica di umore blues, acuta e acida esplode alta, carica di eco ed effetti, coi cori che doppiano il cantato; un trip acidissimo, che ti fa precipitare in un vortice ad alto grado psych. Un disco favoloso; potente, carico di acido, doom ma soprattutto elemento imperante è la voce effettata volutamente, per dare ancora di più la convinzione di trovarsi in un altro piano astrale, da avere. 

Voto: 8/10  

Matteo ”Thrasher80”Mapelli