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martedì 17 ottobre 2017

ENZO AND THE GLORY ENSEMBLE - Intervista a Enzo Donnarumma


Sei appena uscito sul mercato discografico con un nuovo album in studio, puoi presentarlo ai nostri lettori?

Saluto i lettori. Bentrovati! “In the Name of The Son”, secondo album della band “Enzo and the Glory Ensemble” formata da me e da illustri creatori del panorama metal internazionale: Marty Friedman, Ralf Scheepers (Primal Fear), Kobi Farhi (Orphaned Land), Mark Zonder (Fates Warning), Gary Wehrkamp & Brian Ashland (Shadow Gallery), Nicholas Leptos (Warlord, Arrayan Path), Amulyn e Derek Corzine (Whisper from Heaven), Tina Gagliotta (Poemisia). In qualità di ospiti: David Brown (Metatrone), Alex Battini (Dark Horizon, Ghost City), Giacomo Manfredi (S91) e la corale gospel congolese “Weza Moza Gospel Choir”. 


Come hai scelto il titolo del disco?

La stampa sospetta una trilogia in atto, accostando questo titolo a quello del precedente “In the Name of The Father”. In realtà non c'è un vero e proprio “segno della croce” in corso. Il “Son” trae sì spunto dal “figlio”, cioè Cristo, ma in una visione più “laica” con cui offrire un percorso spirituale anche a chi nutre idee diverse. Chiese e religioni da secoli hanno promulgato chiusura e segregazione culturale, non possiamo anche noi continuare a reagire opponendo un'altra chiusura. Così facendo stiamo solo sostituendo un oscurantismo con un altro. Il problema di sempre non è in cosa credere, né distinguere il vero dal falso, ma “permettere” la diversità e, anzi, confrontarsi con il diverso, sì da trarne prospettive in più da cui guardare le nostre. Così l'umanità può crescere, se è vero che nessuna religione, nella sua essenza, offre traguardi già raggiunti. Cristo, in questo album, è un seme piantato nel grembo di chi accetta di approfondire la realtà in una visione più ampia, aperta, “divina” in un certo senso.

Come si è districata la tua formazione da musicista?

In effetti si sta ancora districando. Chitarra e pianoforte sono stati il mio percorso in conservatorio ma, sin dall'infanzia, i miei ascolti hanno troppo spaziato al punto da frantumare, nel corso degli anni, la mia identità di autore, persa nell'amore per musica classica, colonna sonora, musical, blues, soul, gospel, jazz, fusion, funky, pop, rock, metal, new age, musica colta contemporanea, folklore irlandese, ebraico, africano, cubano, kurdo, gitano, indiano, giapponese… chi sono io qua in mezzo?
“In the Name of The Father”, due anni fa, fu frutto di un “reset”, una ricerca e riscoperta della mia persona musicale nelle sue potenzialità e nei suoi confini, giungendo, così, a riassumere la mia penna in tre identità: Prog sinfonico, Folklore e Gospel.

A cosa ti ispiri quando componi?

C'è un'immagine ricorrente nel mio cuore sin da ragazzo, ovvero due occhi di un viso femminile, in cui son racchiusi panorami di distese naturali popolate da gente che vive di pace e dialogo. Credo sia una forma di musa ispiratrice in cui leggo, forse, il volto di Dio. 


Quali sono gli elementi della tua musica che possono incuriosire un vostro potenziale ascoltatore e quali sono quindi le qualità principali del tuo nuovo album?

E' dato di fatto che in musica tutti hanno detto tutto in tutti i modi. Ciononostante la mia band è certa che alcune singolarità del nostro sound possano decisamente incuriosire ascoltatori in cerca di particolarità, poiché quest'album snoda un metal consistente che attraversa piattaforme sinfoniche molto descrittive, colorate da una profonda ricerca etnica. E', un po', il suono di un'orchestra di teatro che, in compagnia di una prog band, viaggia verso popoli vicini e lontani, alla ricerca di un segreto spirituale che possa accomunarli ed accomunare noi e loro.

E questo segreto viene scoperto?

Certamente no, altrimenti questa vita non avrebbe più senso. Ma un piccolo segreto viene comunque offerto al pubblico, ovvero la profonda necessità di dialogo, incontro e pace. Prospettive possibili solo se, malgrado le straordinarie risposte che offrono religioni e filosofie, sappiamo comunque riconoscerci incompleti, in cammino. Non bisogna “cambiare idea” o fondare una sola religione, assurdo tentare una simile paccottiglia. Tuttavia un ascolto in più arricchisce l'un l'altro e, insieme, si viaggia meglio e si fa un passo in più verso l'infinito; verso, appunto, il “Son”.

Come nasce un tuo pezzo?

Di solito mentre faccio altro. Raramente creo belle idee mentre abbraccio lo strumento musicale. Le cerco e non le trovo. Ma appena mi alzo la mente comincia ad lavorare e nascono idee su idee, sicchè nei momenti più disparati (alla guida o mentre cucino, mentre leggo o dormo) devo tirar fuori il pentagramma e scrivere. Nasce, solitamente, già tutta una canzone e quella canzone già sa che argomento trattare. 


Quale è il brano di questo nuovo disco al quale ti senti particolarmente legato sia da un punto di vista tecnico che emozionale?

“If not you”, l'ultimo della tracklist, pur non esigente in tecnica, riassume atmosfere e tematiche di tutto l'album. Un Gospel strofico in crescendo che canta, con sempre più enfasi, “il bisogno dell'uomo di credere in qualcosa di stabile” che va oltre la precarietà di ogni scelta, qualcosa che non sia mai obsoleto e sappia rispondere alla paura di fondo che accomuna ogni uomo, sì da poter finalmente buttare le nostre finte corazze e tornare a riscoprirci in qualità di noi stessi.
Per chi ha fede in un Dio, Lui è stabilità. Per chi non ha fede… stabile può esser la propria persona, abile a rispondermi, ad amarmi, ad esserci sempre senza mai cambiare idea.

Quali artisti hanno influenzato maggiormente il tuo sound?

Posso vantarmi di averli quasi tutti nel mio gruppo e ritenermi fortunato, poiché la prospettiva di suonare con Marty Friedman, Mark Zonder, gli Shadow Gallery era un sogno fino a due anni fa. Costoro hanno accettato di suonare e risuonare i miei pezzi mai negandomi un “sì” a tutto, anche al discorso live.

Quali sono le tue mosse future? Puoi anticiparci qualcosa?

Il capitolo “Enzo and the Glory Ensemble” vuol proseguire finchè possibile. Quindi ci saranno senz'altro altri album in futuro e, a breve, ci occuperemo dell'argomento tour.

Come pensi di promuovere il tuo ultimo album, ci sarà un tour con date live?

La nuova etichetta con cui lavoriamo, Rockshots, promuove iniziative live, palla che stiamo per cogliere al balzo.

Come giudichi la scena musicale italiana e quali problematiche riscontri come artista?

Due domande in una bisognosa di due risposte. La scena italiana di nicchia (l'unica che ha qualcosa da dire, secondo il sottoscritto) gode di tante meraviglie, di musicisti coraggiosi e instancabili e ottimi risultati. Pecca profonda è il poco spazio che un paese in crisi economica e culturale come l'Italia riserva a costoro, tutti condannati a sopravvivere di altro, tutti costretti a non poter esprimere il massimo in quelle poche ore quotidiane riservabili all'arte. E' un triste limite a qualità, produzioni e promozioni che potrebbero sfoderare di meglio ancora e, purtroppo, non è così. Le problematiche che in passato ho riscontrato come artista rappresentano le problematiche di ogni emergente in buona fede: essersi fidato, in un territorio musicalmente malfamato, di pseudo-discografici che chiacchierano a vuoto su operazioni promozionali e concertistiche ma si rivelano potenti neanche un decimo, rubano soldi di un contratto non rispettato, ritardano pubblicazioni, non mettono annunci, ti dimenticano e ti fanno perder fede nella musica. La mia prima band d'esordio, “Members of God”, fu una delle tante vittime di questa guerra dei poveri che segnò uno squarcio sul nascere. Perciò concludo questa risposta consigliando agli emergenti più sensibili e sinceri di creare anzitutto lavori pensati e curati nei minimi dettagli, degni di un'ottima label. Dopodichè contattare un'etichetta nota per serietà e laboriosità e tenere gli occhi bene aperti. 


Internet ti ha danneggiato o ti ha dato una mano come musicista?

Internet mi ha decisamente offerto la chance di realizzare quanto finora realizzato. Pur penalizzando non poco le vendite, è stato tuttavia luogo d'incontro tra me e la band, tra noi e i discografici, tra tutta l'equipe, il pubblico e le radio, in un territorio web che ha già comunicato il nostro messaggio di pace ai followers.

Quanto il genere che suoni valorizza il tuo talento di musicista?

Dovrebbe essere il pubblico a dirmi se, innanzitutto, ne ho a sufficienza. Senz'altro, però, questo incrocio stilistico, nella sua apertura ed economia, valorizza non poco le mie vocazioni musicali.

C'è un musicista con il quale vorresti collaborare un giorno?

La maggior parte di essi, purtroppo, riposa nei cimiteri, tra cui Bach, Monteverdi, Mahler, Bernstein, Gershwin, Satie, Debussy. Avrei sognato di lavorare con Billy Preston e Syreeta Wright, con Mahalia Jackson e Isley Brothers, ma sono nato troppo tardi e temo di non essere all'altezza. Un mito con cui sogno da sempre di suonare prende vita in due parole: Alice Cooper.

Siamo arrivati alla conclusione. Ti va di lasciare un messaggio ai nostri lettori?

Mi va certamente, perché invito il nostro lettore al dialogo con chi la pensa diversamente. Non interromperlo con un tedioso “Ho capito”! Ascoltalo, lascialo concludere, approfondisci interamente la sua panoramica, dopodichè avvia la tua parola con: “Io penso che…”.  Fa bene a lui perché non si comprimerà, sarà a suo agio, capterà maggiore intimità e ti ascolterà meglio. Fa bene a te perché acuirai un'angolatura diversa da cui osservare la tua idea e ti esprimerai in connessione più profonda con lui. I frutti di quel dialogo saranno personali e si vedranno nel tempo.

Maurizio Mazzarella