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lunedì 10 aprile 2017

ATLAS PAIN - What The Oak Left

Scarlet
Lo confesso ed è risaputo: chi mi conosce sa che non sono una grande fan di elfi, fate, folletti e foreste incantate. Chi mi conosce, però, sa anche che mi piace la musica fatta bene, e devo dire che gli Atlas Pain ci sanno proprio fare, seppur in un genere che non è esattamente nelle mie corde. Il quartetto milanese composto da Samuele Faulisi (voce, chitarra e tastiere), Fabrizio Tartarini (chitarra), Louie Raphael (basso) e Riccardo Floridia (batteria) si lascia piacevolmente ascoltare per perizia tecnica, varietà compositiva e contaminazioni stilistiche. "What The Oak Left" è il loro primo full-length, rilasciato tramite Scarlet Records. Le note gravi e profonde del pianoforte di "The Time And The Muse" scandiscono lentamente, con cadenza regolare, l'attesa di una voce intensa, appena sussurrata, che si impone gradualmente fino a condurre questa intro ad un'interessante evoluzione strumentale. La successiva "To The Moon" rispetta appieno i canoni del genere, con un groove incalzante sostenuto da possenti tappeti di tastiere ed arricchito da energici riff in gradevole contrasto con le orecchiabili melodie imbastite dalla chitarra solista. "Bloodstained Sun" è a mio avviso il brano in cui risulta meglio riuscita quella fusione tra folk, symphonic e sonorità estreme che la band si propone di realizzare. Echi di Blind Guardian, Emperor e persino una punta di Cradle of Filth sembrano amalgamarsi assieme dando vita ad un interessante ibrido, seppur in maniera discreta, senza uscire troppo dalla comfort zone dell'epic/folk metal.

Una pacata, sognante intro di pianoforte e tastiere, arricchita da intense melodie di chitarra, introduce "Till The Dawn Comes", un brano che alterna suggestive atmosfere cinematografiche a sezioni spiccatamente folk metal che valorizzano le eccellenti doti tecniche dei musicisti. Con "The Storm" l'ago della bilancia si sposta vistosamente nella direzione folk, direi senza contaminazioni di sorta nè particolari variazioni sul tema. La successiva "Ironforged", al contrario, torna a far fluttuare l'ascoltatore tra influenze di vario genere, toccando anche sonorità heavy nel senso più classico. Attraverso note di "The Counter Dance", altra traccia che non si discosta troppo dai dettami del genere, si giunge alla più interessante "Annwn's Gate", che mescola sapienti evoluzioni pianistico-sinfoniche ed influenze heavy all'interno del consueto frame folk/pagan. Suggestioni cinematografiche fantasy introducono la traccia successiva, "From The Lighthouse", che tira piacevolmente il freno dell'album con un groove più cadenzato ed un mood più introspettivo. L'album si conclude trionfalmente con "White Overcast Line", lunga e solenne outro strumentale che sembra porre fine alle oscillazioni stilistiche riportando definitivamente il combo milanese sulla strada sicura e confortevole dell'epic/folk metal, dando comunque prova di ottima tecnica strumentale e di buone capacità compositive, messe in luce dalla varietà delle diverse idee e sezioni che compongono la traccia. Un lavoro decisamente di buon livello, che aggiunge qualche tocco in più rispetto a tante proposte monocolore dello stesso genere. 

Voto: 7/10 

Sam A.