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domenica 5 febbraio 2017

TESTAMENT - The Brotherhood Of The Snake

Nuclear Blast
La capacità dei Testament di sfornare album di grande qualità in modo costante, è qualcosa di sovrannaturale. La nuova era della band di Chuck Billy, iniziata probabilmente nel 1999 con l'uscita di The Gathring e rafforzata poco meno di dieci anni più tardi grazie al matrimonio con la Nuclear Blast, ha portato alla produzione di dischi tutti all'altezza dei grandi classici degli anni ottanta, con l'ulteriore supporto di una maggiore consapevolezza nei propri mezzi e di appeal certamente più moderno ed incisivo. Se The Formation Of Damnation e Dark Roots Of Earth sono perle musicali la cui qualità compositiva, associata ad una potenza esecutiva fuori dal comune, sembravano difficile da ripetere, ecco che The Brotherhood Of The Snake è arrivato al momento giusto per confermare la grandezza dei Testament e per stupire coloro che nessun capolavoro è irripetibile da uno stesso artista, che sia un musicista o un pittore, uno scultore o un poeta e via discorrendo. The Brotherhood Of The Snake ha due fattore come denominatori comuni. Il primo è la potenza. Ogni brano del disco vede i Testament trasudare rabbia, sacrificio, sudore, sofferenza ed anche una sana dose di violenza musicale benefica. La seconda è la tecnica. Ogni membro della band è uno specialista del proprio strumento. A partire dalla sezione ritmica, con il basso di Steve Di Giorgio e la batteria di Gene Hoglan in piena sintonia, anche se è nelle chitarre il vero punto di forza di una band che ha in Eric Peterson e Alex Skolnick un duo di asce possenti. Il disco parte con la title-track, un brano che racchiude una certa versatilità nel suo essere tagliente e grintoso, differentemente The Pale King, secondo singolo dell'album, è una vera e propria dichiarazione di guerra, il brano che più conferma il ruolo centrale di Chuck Billy dietro al microfono. Stronghold è un pezzo certamente attuale, ma dal sapore antico, con un sapore riconducibile al disco d'esordio The Legacy.

Ecco poi giungere Seven Seal, il brano più chitarristico e tecnico, la fotografia perfetta di quello che sono i Testament oggi, probabilmente il miglio brano presente in The Brotherhood Of The Snake da ogni dimensione. Born in A Rut si ricollega al disco precedente Dark Roots Of Earth per la propria matrice oscura e crepuscolare, mentre Centuries Of Suffering è talmente cattivo e diretto che ricorda l'album più violento della discografia dei Testament: Demonic. Si arriva a Black Jack, un pezzo dove il gruppo sembra echeggiare quello che erano Chuck Billy e compagni in The New Order o Souls Of Black, ma a mettere ordine a tutto ci pensa Neptune's Spear, puro thrash della Bay Area. La parte finale dell'album, apre le porte a Canna-Business, che si differenzia rispetto agli altri brani per il proprio arrangiamento ben strutturato ed articolato. La chiusura è infine affidata a The Number Game, una fucilata di assoli di chitarra che rimarca lo stato di guerra di una band in grandissima forma da diversi punti di vista: tecnico, compositivo ed esecutivo. The Brotherhood Of The Snake non è solo il classico disco che si può attendere dai Testament, è qualcosa di più, è quel classico lavoro destinato a divenire di diritto un grande classico della musica e non solo del thrash metal o della scena metal in generale. Un grandissimo disco, non ci sono altre parole per descrivere la grandezza dei Testament, che da oltre trenta anni non hanno mai sbagliato un colpo, neanche con il controverso The Ritual. The Brotherhood Of The Snake, per dirla alla Coliandro: bestiale! 

Voto: 9/10

Maurizio Mazzarella