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venerdì 27 febbraio 2015

PLATO'S CAVE - Intervista alla Band


Siete appena usciti sul mercato discografico con un nuovo album in studio, potete presentarlo ai nostri lettori?

“Servo/Padrone” è il frutto di tre intensi anni di lavoro. Il nome si rifà alla figura del Servo/Padrone in Hegel, sul piano ontologico e alla morale del servo e del signore di Nietzsche, ed i testi e i temi trattati si muovono intorno al problema dell’uomo, problemi ontologici e morali. Musicalmente parlando, “Servo/Padrone” nasce da una amalgama dei generi più disparati che ogni membro del gruppo ascolta, per sfociare in un qualcosa che guarda con rispetto a ciò che lo precede, senza prefissarsi mete e punti d’arrivo.

Come è nata la vostra band e quali sono le vostre origini?

I Plato’s Cave sono una band composta da cinque elementi Alessandro (io) il front-man, Francesco Detta e Alessio (chitarristi), Francesco Carbone (bassista) e Luigi (batterista). Io, Francesco Detta e Francesco Carbone costituiamo il nucleo originario, mentre Alessio e Luigi sono subentrati in seguito. Il gruppo si è formato nel 2009, ascoltavamo generi e artisti diversi uno dall’altro, ma i punti in comune non sono tardati ad arrivare. Le prime cover sono state un ottimo strumento per affinare il feeling tra di noi, e poi con l’entrata di Luigi ed Alessio, il progetto Plato’s Cave ha raggiunto la forma che auspicavamo.

Come è nato invece il nome della band? 

Il Mito della Caverna è probabilmente il mito più conosciuto di Platone. Abbiamo scelto questo nome perché rispecchia il nostro iniziale modi di agire, ovvero non accettare pre-concetti e guardare sempre con occhio critico a quello che ci si presenta, e a noi stessi.

Ci sono delle tematiche particolari che trattate nei vostri testi o vi ispirate alla quotidianità in genere? Che peso hanno di conseguenza i testi nella vostra musica? 

Non ci siamo mai pre-imposti niente durante il song-writing di “Servo/Padrone”, ma le nostre idee sono confluite in un unico macro-tema principale, l’uomo, e la sua condizione ontologica e morale. Testo e musica nei nostri pezzi viaggiano all’unisono. Mi piace dire che “Servo/Padrone” è un abbracciarsi tra suoni e parole.

Quali sono gli elementi della vostra musica che possono incuriosire un vostro potenziale ascoltatore e quali sono quindi le qualità principali del vostro nuovo album? 

Sicuramente l’aspetto concettuale e la ricerca dei suoni per enfatizzare tutto quello che diciamo. Non c’è una prevalenza di un aspetto sull’altro. Siamo sempre alla continua ricerca di una simbiosi tra testo e musica, esprimere musicalmente un concetto attraverso suoni duri, dolci arpeggi, urla e parole sussurrate.

Come nasce un vostro pezzo? 

Principalmente è Francesco Detta (chitarrista) che ci presenta le bozze di un arpeggio, un riff, spiegando cosa si vuole trasmettere. Di lì in poi comincia il lavoro a cinque teste, suonando la bozza del brano, aggiungendo e togliendo quello che è necessario. Poi si cerca di cucire il testo alla musica, o viceversa, creando una fusione tra il linguaggio testuale e quello musicale.

Quale è il brano di questo nuovo disco al quale vi sentite particolarmente legati sia da un punto di vista tecnico che emozionale? 

Banalmente potrei rispondere che ci sentiamo legati a tutti i brani del disco, dato che ognuno di essi è un pezzo del nostro operato. Ma se proprio dovessi scegliere un brano, direi “L’uomo assoluto”, uno dei pezzi a cui abbiamo lavorato di più e che nei live ci da grande carica.

Quali band hanno influenzato maggiormente il vostro sound? 

I mostri sacri degli anni ‘70, come i Pink Floyd, Led Zeppelin, passando per il prog-rock italiano ed inglese (Area, Museo Rosenbach, King Crimson). Ma anche band con sonorità più crude, ad esempio i Nirvana.

Quali sono le vostre mosse future? Potete anticiparci qualcosa? Come pensate di promuovere il vostro ultimo album, ci sarà un tour con delle date live?  


Per il momento l'etichetta si sta occupando della promozione, quindi ci godiamo il parto aspettando l'impatto che fa al cospetto dei recensori e degli ascoltatori.

Come giudicate la scena musicale italiana e quali problematiche riscontrate come band? 

Noi veniamo da una realtà molto piccola, nella quale la musica live non viene per niente valorizzata, mancano le strutture, e qualcuno che non cerchi soltanto di lucrarci sopra. Per quanto riguarda la scena musicale italiana, credo ci sia un momento di stasi, non un’immobilità totale. Vedremo cosa ci riserverà il futuro.

Internet vi ha danneggiato o vi ha dato una mano come band? 

Io penso che Internet, con i social network e simili, sia un mezzo di comunicazione potentissimo, e se usato nel modo corretto può solo favorirci. Usiamo i social per farci conoscere e per avvicinare al nostro lavoro tutte le persone interessate. Qui sta la soluzione: se le persone a cui ci rivolgiamo sono davvero interessate, allora nulla ci può danneggiare.

Il genere che suonate quanto valorizza il vostro talento di musicisti? 

La risposta mi vien semplice. Il genere che suoniamo è frutto del nostro modo di approcciarci alla musica, valorizza ciò che pensiamo e le sensazioni che mettiamo in ogni brano.

C’è un musicista con il quale vorreste collaborare un giorno? 

Guardiamo con ammirazione alla stagione del prog-rock degli anni ‘70, sia in Inghilterra che in Italia.
Collaborare magari con un gruppo del calibro del Museo Rosenbach, che con “Zarathustra” nel 1973 ha instituito un legame tra filosofia e musica, sarebbe davvero gratificante.

Siamo arrivati alla conclusione. Vi va di lasciare un messaggio ai nostri lettori? 

Non vediamo l’ora di beccarvi in giro.

Maurizio Mazzarella