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lunedì 26 gennaio 2015

AC/DC - Rock Or Bust

Columbia
Sono passati ormai oltre sei anni dall'uscita di Black Ice, un disco che all'epoca della suo arrivo sul mercato discografico spaccò e non poco il pubblico fedele al credo degli AC/CD, ma che nel complesso non si rivelò deludente, se pur ordinario rispetto a agli album che hanno fatto grande il nome della band australiana. C'era attesa attorno a Rock Or Bust, un po' per la formazione che compone il disco, vista l'assenza di Malcom Young ed un po' perché fondamentalmente un gruppo come gli AC/DC richiama sempre l'attenzione al pari di band come Deep Purple, Black Sabbath e Motorhead, visto l'ormai consolidato blasone. Sarebbe bello affermare che Rock Or Bust è l'album migliore mai scritto dal buon Angus e compagni nel corso della loro carriera. Sarebbe stupefacente rimarcare come questo album non abbia nulla da invidiare a quei capitoli che hanno reso celebre la loro discografia, come Back In Black ad esempio. Sarebbe altrettanto da sballo dire che Rock Or Bust è un disco colmo di classici come Thunder Stick atti ad esaltare le platee. Purtroppo non è così e qualsiasi altro concetto sarebbe pura e semplice delusione. Nello specifico Rock Or Bust è un disco ordinario, privo di grinta e carisma, a volte coinvolgente in qualche episodio, ma incapace di lasciare segno alcuno. Da un lato c'è rammarico, dall'altro invece c'è la consapevolezza che probabilmente tutto ciò che gli AC/DC dovevano dire in carriera l'hanno detto. E allora perché pubblicare un nuovo album? Semplicemente perché il nome di artisti come Angus Young e compagni tira ancora e perché probabilmente un disco degli AC/DC se pur ordinario, è ancora superiore rispetta a tante nuove proposte che di idee non ne hanno.
E la giustificazione di questo concetto è nei brani, come la title-track, che invece di trascinare si perde nella prevedibilità, o nella seguente Play Ball, che segue il classico ritmo ripetitivo che contraddistingue il trademark del combo australiano. Rock Away The Blues salvo qualche ritmo accattivante, si perde tra i ritmi di basso e batteria, con qualche strimpellata di chitarra che delude di gran lunga. Dogs Of War dovrebbe mordere, invece la sua cadenza debole porta quasi alla noia. Lo scorrere del disco è un insieme di ripetitività e anche nella conclusiva Emission Control non c'è nulla che faccia elevare la qualità complessiva di un disco destinato a finire presto agli archivi, nonostante un suono pulito e professionale. 

Voto 5/10 

 Maurizio Mazzarella