Mazzarella Press Office

EMP 1

mercoledì 9 gennaio 2013

SAILLE - Ritu

Code666

Secondo lavoro per i belgi Saille. Jonathan Vanderwal lascia il microfono per dedicarsi esclusivamente alla chitarra, insieme a Reinier Schenk, mentre la nuova voce è Dennie Grondelaers, un ex Gorath e Bloodwraith. Proprio Dennie è l'ispiratore di queste liriche dedicate a riti mortuari e alla mitologia di Lovecraft, del quale il vocalist è un assiduo lettore. Titolo, copertina, che sa tanto di storie lovecraftiane o comunque che da l'idea di civiltà arcaiche, caratterizzano notevolmente questo sound che è black metal con inserti sinfonici, evoluzioni soliste delle sei corde, e comunque trame melodiche imponenti e grandiose, come quel portale che viene raffigurato nella cover. Grazie alla masterizzazione di Tom Kvålsvoll (Dimmu Borgir, 1349, Mayhem e molti altri ancora), l'album raggiunge un percorso sonoro omogeno e fatto di una certa tensione narrativa, attraverso note che spesso ricordano i migliori Dimmu Borgir. Le canzoni sono opere dannate, racconti di rituali indicibili e innominabili, per dirla alla Lovecraft, e in cui ogni musicista compie le proprie gesta per far funzionare i pezzi e renderli infernali e quindi maestosi ma anche subdoli e assatanati. La perla maggiore di questo "Ritu" è "Fhtagn": un grandioso incipit tribale e oscuro, una melodia epica e perduta e il cantato che sembra il recitare di un cerimoniale immondo, con il cantilenare del famigerato "Iak Iak Sakkath" (sempre Lovecraft e ovviamente sempre i miti di Cthulhu). Il drumming (forse un pochino penalizzato dalla produzione) si divide tra passaggi monotematici e prodotti solo per sorreggere in modo essenziale il riffing ed evoluzioni brevi ma efficaci. Un black metal sinfonico che a più riprese sarebbe anche adatto come colonna sonora, per qualche kolossal magari. I Saille comunque si cimentano anche in brani più ruvidi, o sommamente violenti, "Upon the Idol of Crona" e “Subcutaneous Terror” sono due esempi. Oltre a queste melodie senza tempo, struggenti ("Sati"), etniche o agghiaccianti che siano, un gran plauso va al lavoro delle sei corde di Schenk e Vanderwal, i quali mettono in mostra assoli incisivi e trame melodiche coinvolgenti e facendo in modo che "Ritu" passi da momenti di una sensazionale bellezza ad altri inquietanti. Affascinante, proprio come un rituale misterioso.

Voto: 8/10

Alberto Vitale