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giovedì 1 marzo 2012

SHROUD OF DESPONDENCY - Pine

Self Released

"Pine" ha una copertina davvero anonima, ma dovrebbe comunque essere il vessillo di questo quarto album degli Shroud Of Despondency. La band del Wisconsin per chi scrive erano un nome spesso avvistato in giro, soprattutto quando si parlava di qualche release che provenisse dalle parti di Milwaukee. Approfondendo si scopre che la band ha da due anni il bassista Tyler Okrzesik, ovvero un ex Cholernik, una delle tante band strippate della città citata. Gli Shroud Of Despondency sono una band molto attiva, autrice di una nutrita discografia. Autori di un black metal feroce e approssimativamente in linea con i primi Emperor e i Dimmu Borgir, gli americani non si limitano però a suonare solo a questo, quasi come se volessero suonare pezzi anche di altro genere, come ad esempio il doom metal, il death metal e qualche divagazione estemporanea di strumentali ambient e con sfumature progressive. Ascoltarli non è semplice, occorre riordinare le idee e ripartire, quando "Pine" giunge alla fine; più o meno come a voler riordinare un cassetto in disordine e fissarne bene il suo contenuto. Black metal, si diceva, e "Overshadow" lo mostra in tutta la sua essenza, ma questo secondo pezzo che segue la lunghissima intro ambient (ovvero una delle quattro versioni di "Wonderlust "), si spacca a metà quando all'improvviso il down-tempo lascia precipitare le cose e il brano sembra avvicinarsi ai confini tra il black e il death metal. Le cose vanno avanti così quando a metà album sboccia il doom metal di "The Great Sadness Descends". Un fiore avvizzito, con petali che cadono a terra sfiniti e marci. "Half Open Gates" ha quella identità ferale, fatta con riffs semplici ma crudeli e con l'ausilio di assoli melodicamente eccellenti e che si intrecciano con degli archi. Gli ultimi tre minuti di questo pezzo sono forse la cosa più bella di "Pine". "Light Words, Dark Graves" è una canzone bizzarra ed eccentrica (tra le cose sentite in "Pine"), per via del suo serratissimo riffing, per l'urlato growling-screaming del cantante e per come la batteria si diverta a doppiare ogni singolo passaggio delle sei corde. "Nameless End" risente degli influssi di Burzum e la conclusiva "The Unchained of an Animal" è una minimale acustica con voce. Una produzione molto compressa, con suoni che non riescono a sprigionarsi in modo totalmente libero limitano parzialmente questo lavoro. Questo è un vero peccato, visto che perfino il basso di Okrzesik in questo macello riesce comunque a bucare la coltre della poco riuscita produzione. Anche il nuovo singer Ron Blemberg ruggisce, ma un manto cupo appanna il suo comparto vocale. "Pine", a chi lo acquista, offre la possibilità di scaricare un disco aggiuntivo, dal titolo " Cavalcade of Crows". Gli Shroud Of Despondency probabilmente sono una band che ama evolvere il proprio sound e probabilmente cresceranno ancora. Uno studio o un lavoro in regia di livello superiore e qualche approfondimento stilistico sui pezzi ambient, potranno accrescere la reputazione di Rory Heikkila (autore del materiale) e della band.

Voto: 6,5/10

Alberto Vitale