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mercoledì 22 febbraio 2012

MARLENE KUNTZ - Canzoni Per Un Figlio

Columbia/Sony Music

Hanno avuto coraggio, i Marlene. Scegliendo Sanremo, mettendo mano a vecchie canzoni. Accettando un gioco rischioso per non arrestare un'ineluttabile evoluzione. Mettendo così alla prova il palato della parte dura e pura (e talvolta un po' noiosa) del loro pubblico. Hanno scelto i riflettori per allargare lo spazio, senza usare violenza su di loro, percorrendo la strada aperta con “Uno” e prim'ancora con “S-low”. Che è attenuare le soavi distorsioni, che non scompaiono e di tanto in tanto tornano; aggiungere strumenti, affidando ad ognuno un'emozione diversa; dare forza alle parole, scegliendo le canzoni con il senso della narrazione. E' un curioso bignami, “Canzoni per un figlio”, nuovo album di vecchi pezzi uscito all'indomani dell'esibizione di un palco tanto lontano dalla storia del gruppo di Cuneo quanto accattivante. Lì, “Canzone per un figlio” - versione al singolare – ha tenuto con il fiato sospeso i seguaci fino all'esecuzione: tra le migliori del festival (con un pezzo di storia ritagliato per il duetto con Patti Smith e due picchi d'ascolto da portare a casa), migliorabile per le potenzialità rimaste soffocate dall'emozione e dal contesto. Poi, è arrivato il resto. Un tentativo (riuscito) aulico di mettere insieme canzoni come si stesse sfogliando un libro. Due inediti (c'è anche “Pensa”, ode al fascino della gentilezza) e altre scelte con audacia, perché il totale riarrangiamento può non essere una novità (è accaduto, in forma quasi estrema, nel tour teatrale che poi ha dato origine a “Cercavamo il silenzio”) ma mettere mani a pezzi sacri (come “Lieve”, come le canzoni di Catartica e del Vile) è una sfida. Quella di piacere ad altri continuando a piacere anche agli stessi e pure a se stessi. Raccontando il senso di ogni canzone nel booklet come fosse una spiegazione che Cristiano Godano sceglie di dare al piccolo Enrico - il figlio tredicenne a cui attraverso le canzoni dà insegnamenti. Racconta, con pensieri che accompagnano il testo, la vita che l'erede ha già vissuto e anche quella che troverà. Un diluvio di parole, carezze e citazioni che danno una strana idea crossmediale di un album che va ascoltato leggendo. Per poi soffermarsi su versioni belle o spiazzanti (menzione per “A fior di pelle” e “Io e me”) e comunque da ascoltare con curioso trasporto, alle quali partecipano non solo – ovviamente - Riccardo Tesio e Luca Bergia, che non sono esclusivamente arricchite dal basso di Lagash e dalla inelencabile quantità di strumenti che suona Davide Arneodo, ma anche da Gianni Maroccolo (che indossa gli abiti del produttore artistico, ma si concede al basso nella title-track) e Roy Paci, oltre che dal pianoforte di Alessandra Celletti e dagli archi di Davide Rossi. L'evoluzione è qui. Rischiare sui pezzi, attirare nuovi apprezzamenti e portarli a conoscere una discografia densa, ricca di molto altro. Permettere un percorso contrario rispetto a chi l'ha vissuto dall'inizio: partire dal pianoforte di “Bellezza” per poi scoprire la bacchetta tra le corde di “Sonica” e non viceversa. Rievocare così il pensiero di Godano secondo cui i fan dei Marlene non arrivano mai al primo ascolto, ma attraverso l'invito di chi li conosce ad ascoltare ancora. La grande platea di un posto inconsueto è servita a mettere la faccia, indirizzando verso la musica. Che non smette di mescolarsi con dolcezza – anche nella sua versione più ruvida – a testi spesso lirici oppure liberatori. Che non smette di aprirsi conservando quel sapore di nicchia che ne preserva la coerenza. Ché nella nicchia – intesa come circolo ristretto di ascoltatori, non come risoluta scelta musicale – dopo oltre vent'anni i Marlene non vogliono più stare, lasciando altrimenti troppo spazio libero ad altrettanto troppa mediocrità. Sapendo – è un punto di forza - che i fanatici del “non sono più gli stessi” troveranno ancora godimento nel sentirli e piacere seguendoli. E stabilendo una volta per tutte il bisogno di vincere il pregiudizio snob che da sempre circonda i fan di inizio carriera: quella frase un po' standard e molto pallosa (“erano meglio prima”) che reiterata all'infinito (e sempre, e per chiunque) rischia di portarci di fronte a una drammatica scoperta: che l'uomo di Neanderthal era il miglior rocker della storia e non abbiamo nemmeno un disco da parte.

Voto: 8/10

Fulvio Paglialunga